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dragoberto
17 novembre 2008
il liberalismo e il problema delle ineguaglianze di reddito e di ricchezza ludwig von mises

“Il liberalismo non promette nulla che oltrepassi i limiti di ciò che nella società e per mezzo della società può essere realizzato. Agli uomini esso vuole dare un’unica cosa: Uno sviluppo pacifico e continuo del benessere materiale per tutti, per tenere lontane le cause esterne della sofferenza e della pena nei limiti in cui possono farlo istituzioni sociali. Ridurre la sofferenza, aumentare il piacere: questo il suo scopo”. “E’ largamente diffusa l’opinione che il liberalismo si distingua dagli altri indirizzi politici perché privilegia e difende gli interessi di una parte della società - dei possidenti, dei capitalisti, degli imprenditori - rispetto a quelli di altri ceti sociali. Ma si tratta di una supposizione del tutto infondata. Il liberalismo ha sempre guardato agli interessi generali, mai a quelli di un gruppo particolare qualsiasi. Era questo il significato della celebre frase degli utilitaristi inglesi, che parlavano (sia pure con una espressione alquanto maldestra) della “massima felicità del maggior numero possibile”. Storicamente il liberalismo è stato il primo indirizzo politico attento al benessere di tutti e non a quello di particolari ceti sociali. Dal socialismo, che parimenti dà a intendere di perseguire il benessere collettivo, il liberalismo si distingue non per il fine cui tende, bensì per i mezzi che sceglie per ottenere il medesimo fine”. “Il fatto che nel mondo esistono indigenza e povertà non è un argomento contro il liberalismo, come è portato a credere dal suo angusto punto di vista il lettore medio dei giornali. Il liberalismo vuole appunto eliminare l’indigenza e la povertà, e ritiene che i metodi che propone siano gli unici adatti a raggiungere tale scopo. Il fatto che esistono indigenza e povertà non sarebbe una prova a sfavore del liberalismo neanche qualora il mondo attuale seguisse effettivamente una politica liberale; giacchè rimarrebbe pur sempre aperta la questione se con una politica diversa l’indigenza e la povertà non sarebbero persino maggiori. Per rendersi conto di ciò che il liberalismo e il capitalismo hanno già realizzato, è sufficiente paragonare il presente con le condizioni del Medioevo o dei primi secoli dell’età moderna”. “La cosa che maggiormente presta il fianco alla critica del nostro ordinamento sociale è la realtà dell’ineguale distribuzione del reddito e della ricchezza. Esistono ricchi e poveri, ed esistono ricchi troppo ricchi e poveri troppo poveri. Dunque, la prima via d’uscita che viene in mente è quella della distribuzione egualitaria dei beni. Contro questa proposta si può innanzitutto obiettare che non sarebbe di molto aiuto, perché il numero dei meno abbienti supera enormemente quello dei ricchi, e quindi da una distribuzione del genere il singolo individuo potrebbe aspettarsi soltanto un incremento insignificante del suo benessere. L’obiezione è giusta, ma l’argomento è incompleto. I fautori dell’eguaglianza nella distribuzione del reddito trascurano il punto essenziale: e cioè che la somma globale che può essere distribuita - il prodotto annuo del lavoro sociale - non è - indipendente dai criteri con cui viene distribuita. La dimensione enorme raggiunta oggi dal prodotto annuo non è un fenomeno naturale o tecnico, indipendente da tutta la realtà sociale, ma è la conseguenza delle nostre istituzioni sociali. Solo perché nel nostro ordinamento sociale la proprietà non è uguale per tutti, e solo perché questa ineguaglianza è un incentivo per ciascuno a produrre il massimo possibile al minimo costo, l’umanità si trova a disporre oggi della ricchezza annua che può consumare. Se si eliminasse questo incentivo, la produttività si ridurrebbe fino al punto che la quota di reddito pro capite, a parità di distribuzione, cadrebbe molto al disotto di quella che persino il più povero oggi riceve”. Ludwig von Mises: Liberalismo




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7 settembre 2008
I miti del '68. Quarant'anni dopo

PREMESSA
Questo lavoro non intende ripercorrere la storia del Movimento originatosi nel '68 ma mettere in luce le idee fondamentali alle quali esso si ispirò. In realtà non esiste un complesso organico di idee, un’ideologia del '68: ci sono molte posizioni diverse e contrastanti tanto che, nella realtà concreta di tutti i giorni, ogni gruppo o gruppetto pareva in lotta con tutti gli altri più che con la società borghese in generale: ciascuno accusava l’altro di essere oggettivamente fascista, capitalista, borghese. Tuttavia è possibile rintracciare idee e, ancora più, atteggiamenti mentali comuni che resero quei movimenti inconfondibili, sia pure nelle profonde diversità delle posizioni. Possiamo dire che esse sono caratterizzate non tanto da fini comuni ma dell’esser contro: l’atteggiamento fondamentale è quello di voler cambiare tutto e quindi il vero nemico è tutta la società costituita fino ad allora. L’anima vera del '68 consiste in un’aspirazione a una palingenesi sociale che nel passato si era incarnata nei movimenti millenaristici.
I giovani sentirono un’aspirazione alla pace alla giustizia alla libertà ma, direi meglio, al BENE, non a questo o quel bene ma proprio al BENE.Il capitalismo giustifica le disuguaglianze e mette a fondamento l’egoismo individuale, il nazionalismo teorizza la guerra ed esalta l’egoismo nazionale, il colonialismo afferma la superiorità di alcuni popoli su altri e giustifica il dominio degli uni sugli altri. Ma essi invece crederono veramente alla possibilità di instaurare l’uguaglianza, la solidarietà la pace, che il male della terra non sarebbe esistito per sempre ma che poteva essere eliminato, che la malvagità dipendeva solo da una società sbagliata e che se essa fosse stata corretta gli uomini si sarebbero liberati per sempre dalle catene dell’egoismo.
Soprattutto pensarono che tutto questo poteva essere fatto in poco tempo che anzi ormai l’ora era giunta.
CENTRALITA’ DEI GIOVANI
La prima e più evidente caratteristica del '68 fu il porsi della gioventù come categoria sociologica a parte, autonoma e privilegiata.
Sempre sono esistiti i movimenti giovanili nei partiti come nelle chiese e in tutti i gruppi sociali. Ma essi erano considerati dei vivai da cui in seguito sarebbero stati attinti i componenti delle classi dirigenti che erano sempre persone mature, se non propriamente anziane. Si riproduceva la struttura fondamentale di ogni società: i giovani imparano e si preparano e fra essi quelli che hanno dato buona prova, in seguito, potranno aspirare ad occupare posti direttivi. Non è che un ufficiale appena nominato guidi un esercito o un prete appena ordinato diventa vescovo: esiste una carriera, più o meno lunga, e solo alla fine di essa è possibile raggiungere i posti più elevati. Il '68 invece è essenzialmente un movimento giovanile che si pone in contrasto radicale e drammatico con le generazioni mature: esistono figure di persone anziane, i grandi vecchi, che i giovani possono seguire e idolatrare pure. Ma si tratta di eccezioni: sostanzialmente il frutto dell’esperienza viene negato. Ai giovani è assegnato un compito di palingenesi universale, di guidare il mondo verso il radioso futuro, verso la Rivoluzione definitiva che tutto appianerà : la classe rivoluzionaria in effetti non è più il proletariato ma i giovani: non più in posizione subordinata, in attesa di raggiungere l’esperienza e la maturità necessaria. È questo, a nostro parere, l'aspetto qualificante e basilare che si riscontra in ogni campo: esiste quindi un modo di vestire giovanile, una musica giovanile, una sessualità giovanile, tutto un modo di essere dei giovani che gli adulti non possono capire: la naturale continuazione della cultura familiare va in frantumi. Gli anziani, le persone mature sono invece riguardati come quelli che si sono già inseriti nella vita sociale ed economica della società corrotta e quindi corrotti anche essi dalla cultura borghese, dalla società costituita, dal consumismo, dalla tradizione: solo i giovani hanno la possibilità di comprendere la realtà perché non ancora inseriti nel meccanismo infernale messo su dalla borghesia.  In effetti gli adulti furono sempre estranei al movimento anche quando lo guardarono con simpatia: i padri anche se erano comunisti avevano grande senso della disciplina di partito, forti valori familiari: i figli erano contestatori di ogni disciplina e avevano in orrore i valori tradizionali della famiglia.
Il criterio della autonomia della gioventù ci permette anche di limitare concettualmente il '68. in quell’anno ci furono molti avvenimenti epocali che, pure alimentando il '68, non ne possono essere considerati parte perché mancava il carattere discriminante della autonomia giovanile.
In Vietnam ci fu l’offensiva del Tet che pose il problema della guerra e anzi fu un elemento essenziale del '68 stesso: però in quel caso non si trattava certo di un movimento giovanile ma di soldati, spesso molto giovani, ma che lottavano agli ordini di persone anziane e sperimentate. Nemmeno possiamo includervi gli avvenimenti di Praga con l’invasione sovietica che pure ebbero un grande impatto: anche in quel caso il movimento per un socialismo dal volto umano non era un movimento giovanile. Anche l’inizio della lunga lotta del movimento palestinese influì molto ma nemmeno esso era certamente un movimento giovanile. A volte furono prese a modello le Guardie Rosse della Rivoluzione Culturale cinese che apparentemente poteva sembrare un movimento giovanile: tuttavia in realtà si trattava di qualcosa molto diversa e quei giovani erano praticamente uno strumento delle lotte di vertice del partito comunista cinese.
MOMENTO STORICO
A considerare il momento storico, ci si stupisce che un tale movimento possa essere sorto nel 1968. Almeno a una prima analisi sembra davvero strano che esso si sia manifestato proprio nel momento in cui nella società “capitalista ” le masse avevano raggiunto livelli di vita insperati e il modello comunista appariva già allora in evidente crisi ma per quanto possa, a prima vista sembrare paradossale, furono proprio questi elementi a permettere il '68.

Analizziamo quindi i due fattori.
L’Europa, era uscita dalla Seconda Guerra Mondiale a pezzi, vincitori e vinti, senza grosse differenze. La ricostruzione, però, fu insperatamente rapida anche per il sostanzioso aiuto americano del piano Marshall.
Era seguita, quindi, un’età veramente eccezionale, l’età dell’oro, come la definì Hobsbawn, nella quale i lavoratori avevano raggiunto livelli di vita prima del tutto impensabili. In Italia, in particolare, nel primo dopoguerra si pensava, da destra e da sinistra, che con grande difficoltà l’Italia avrebbe potuto raggiungere i livelli degli anni trenta: ci fu invece quello che fu detto il miracolo economico: divennero patrimonio generale gli elettrodomestici, le auto, le vacanze, si arrivò al consumismo: i più anziani vedevano stupefatti i cambiamenti, molti lamentavano la perdita degli antichi valori, in effetti nella storia non c’era mai stato un periodo tanto breve nel quale ci fossero stati cambiamenti tanto grandi. Il mondo della fine degli anni 60 era radicalmente mutato da quello dell’anteguerra. L’Italia agricola e affamata di sempre era sparita per dar posto all’Italia delle file sulle autostrade per le vacanze: del consumismo, come si disse. Il Partito Comunista colse la novità: l’idea della rivoluzione comunista, grande e generale, che già era stata accantonata per motivi contingenti di assetto internazionale ai tempi di Togliatti, venne esclusa definitivamente. Il sostanziale fallimento del modello sovietico era ormai evidente: il muro di Berlino ne era una prova tangibile. Lo strappo con Mosca avvenne proprio in quell’anno con l’intervento che soffocò la primavera di Praga e il socialismo dal volto umano cioè, in pratica, si evidenziò l’impossibilità di riformare il comunismo. Come pensare che proprio in quel momento storico sarebbe divampato un movimento che volesse instaurare il comunismo ? In realtà il mondo concreto della politica e della società, il mondo adulto insomma, andò nella direzione che questi avvenimenti indicavano: ma per i giovani del '68 l’interpretazione fu molto diversa. Gli anziani paragonavano il mondo attuale a quello della loro giovinezza e vedevano differenze immense, mete mai sognate: i giovani non potevano ricordare quello che il mondo era appena qualche decennio precedente: non potevano quindi avere coscienza dell’immenso cammino percorso.
Non prendavano nemmeno in considerazione come termine di paragone il mondo sovietico considerato ormai, un capitalismo di stato, un tradimento del vero comunismo. Il loro termine di paragone non era il mondo reale di prima né quello sovietico del tempo ma un modello ideale.
Videro che il benessere non era ugualmente diffuso, che alcuni ceti erano privilegiati, che vi erano molte ingiustizie sociali e disuguaglianze insopportabili. Si convinsero allora che queste ingiustizie e disuguaglianze non avevano cause oggettive, strutturali, difficili da rimuovere ma sarebbe potuto facilmente essere superate solo che una piccola classe di sfruttatori fosse stata eliminata. La rivoluzione era a portata di mano, tutto e subito: era cosi facile: bastava qualche manifestazione, bastava dirlo al popolo ed esso sarebbe insorto. In fondo erano le stesse illusioni che si erano manifestate agli inizi degli anni Venti nei qual si pensava che la rivoluzione dalla Russia sarebbe naturalmente dilagata in tutto il mondo e che il giorno radioso era ormai giunto: questione di mesi, più che di anni.
Mancava certamente l’esperienza della difficoltà della Rivoluzione come le avevano vissute quelli che veramente la avevano tentata: i comunisti. Il PCI invece si era ben reso conto del tramonto della rivoluzione bolscevica e dichiarava che era venuta meno la spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre; un modo elegante per dire che ormai era superata, un fatto storico del passato, insomma, non dell’avvenire, da studiare con il metro storico, non un modello a cui ispirarsi. Il PCI si spostava quindi su posizioni sempre più moderate: ma in questo modo non attirava più, come era avvenuto nel passato, i giovani pieni di ardore rivoluzionario. La disciplina di partito aveva sempre mantenuto la spinta rivoluzionaria entro limiti accettabili: quando si erano manifestate pericolose spinte (come in occasione dell’attentato a Togliatti o per i fatti di Genova del ‘60) il Partito era sempre intervenuto decisamente perché le cose non andassero troppo oltre: praticamente il PCI era stato sempre un fattore di stabilità; la rivoluzione comunista non era scoppiata in Italia sostanzialmente perche il PCI lo aveva sempre impedito. Ma ora lo spostamento sempre più evidente del PCI su posizioni moderate, se rispondevano correttamente e a una necessità politica, tuttavia lasciava uno spazio a sinistra abbastanza ampio, subito riempito da una galassia di partiti, partitini e gruppi più o meno spontanei che non avevano più un punto di riferimento, una visione di insieme realistica della società. I giovani del '68 quindi giudicarono il PCI sostanzialmente la retroguardia della borghesia, l’ultimo baluardo dello stato capitalista. Mancava quindi anche un’organizzazione gerarchica di partito in cui i giovani potessero essere inseriti: i giovani non avevano più gerarchie da rispettare.
MATRICE MARXISTA
La maggiore ispirazione culturale del '68 fu senza altro il pensiero di Marx. Si trattava pero di una rilettura di Marx diversa da quella tradizionale che aveva prevalso con Lenin e adottata quindi dal socialismo reale, cioè dai regimi comunisti che si erano diffusi in tanta parte del mondo. Il comunismo sovietico e poi quello cinese avevano fatto leva essenzialmente sulla estrema miseria delle masse. La Prima Guerra Mondiale aveva aggravato la crisi della Russia zarista così come il disordine interno o le guerre civili fra i signori della guerra avevano gettato la Cina all’estrema disperazione. Masse immense di affamati e di disperati videro nella rivoluzione comunista la salvezza e vi aderirono entusiasticamente, come l’unica soluzione possibile. Ma nell’Occidente del consumismo non c’erano masse affamate e disperate a cui rivolgersi. Marx veniva allora rivisto privilegiando la chiave umanistica più che quella propriamente economica. Il comunismo non viene cioè visto solo come un modo di migliorare le condizioni economiche delle masse ma soprattutto come la soluzione dei problemi esistenziali, della realizzazione dell’uomo, di cui il fatto economico era solo un aspetto, anche se importante e fondamentale: si vuole insomma la felicità più che il benessere economico. Non si pone l’accento tanto sull’analisi della produzione che era stata l’oggetto proprio del Capitale ma su quella della condizione umana di cui pur c’erano pure ampi tratti nel pensiero marxista. La parola chiave diventa quindi alienazione. Nella società capitalistica borghese il male non è tanto e solo la condizione economica ma il fatto che l’uomo non vede realizzato la sua personalità e si sente alienato, una cosa tra le cose, una merce fra le merci come pure Marx aveva affermato. L’alienazione non riguarda solo le classi più povere ma tutti: la liberazione promessa quindi è la liberazione promessa a tutti perché l’alienazione delle società borghese riguarda ricchi e poveri. La società comunista allora viene vista come quella nella quale l’uomo, liberato dalle catene dell’egoismo può finalmente realizzare la sua vera natura e personalità: una società senza sfruttati e sfruttatori, senza disuguaglianze, senza ingiustizie, senza violenze, senza guerra. Il modello ideale era tale da catturare l’immaginazione dei giovani inesperti delle cose della vita: di fronte a un tale potente e affascinante modello la società reale effettiva apparve come il male, il male radicale. Il contestatore del '68 non vuole questo o quel miglioramento particolare della società: vuole la vera società la vera civiltà il vero comunismo. In questa prospettiva il comunismo realizzato appare del tutto inadeguato, un capitalismo di stato, un regime economico nel quale i capitalisti sono sostituiti dallo strutture dello Stato in cui però le barriere dell'egoismo non sono cadute e l‘uomo non può quindi realizzarsi.
In quanto alienato l’uomo cioè non è riconosciuto in quanto tale ma solo come un produttore-consumatore, una rotella di un meccanismo economico che lo trascende e nel quale esso perde la sua individualità.
Ci si rifà alla Scuola di Francoforte che dava una lettura di Marx in chiave esistenziale: la scuola era appena conosciuta al di fuori della cerchia degli studiosi ma divenne improvvisamente popolare. Soprattutto divenne notissimo il Marcuse, che dalla oscurità delle università ebbe improvvisamente risonanza mondiale e fu acclamato come il grande profeta del '68. Seguiamo brevemente il suo pensiero espresso nella sua opera che divenne popolarissima presso i giovani del '68: “L’uomo a una dimensione”. Si parte dall’idea che la libertà offerta dalle società democratica attuale è solo apparente perché in effetti vi sono infiniti meccanismi di persuasione occulta che fanno sì che la gente pensi quello che il potere voglia che pensi. La libertà infatti all’inizio della civiltà industriale fu un mezzo necessario di rottura ma ora è divenuta un ostacolo perché l'industria ha bisogno di una società formata da individui tutti uguali, come rotelle di un grande meccanismo, ciascuno funzionale al tutto. I movimenti religiosi e filosofici hanno assunto il ruolo di “misure igieniche” cioè di mezzi di sfogo di certe insoddisfazioni che nell’insieme rafforzano il dominio della grande industria. Marcuse non presenta vere e proprie indicazioni per superare la società attuale. Afferma che il mondo moderno restringe la razionalità al suo orizzonte e dichiara ogni altra possibilità come assurda. Marcuse riconosce che il popolo, la classe lavoratrice è ormai inserita nel meccanismo produttivo e quindi non può fare la rivoluzione. Si prospetta il grande rifiuto come contestazione globale di tutta la società. Essa può venire da gruppi sfruttati ed emarginati, da minoranze razziali: forse è una nuova calata di barbari ma potrebbe essere la vera civiltà perche, a volte, gli estremi della civiltà e della barbarie si toccano. Come si vede non viene prospettata nessuna soluzione concreta: la sconsolata analisi non pare che ammetta soluzioni. Ma per il '68 questa fu una caratteristica generale: non si cercava soluzioni realistiche ma solo l’abbattimento della società attuale: poi, come diceva una famosa scritta alla Sorbona: la fantasia al potere. Il '68 infatti non ha un vero programma da attuare, solo una società marcia da abbattere dopo la quale sarebbe venuta la vera civiltà. In effetti a ben vedere questa era anche una delle caratteristiche del pensiero marxista. Il Capitale è infatti l’analisi della società capitalistica secondo la quale questa era destinata a crollare in breve tempo: ma non aveva una sua teoria dello stato che si sarebbe invece estinto (teoria del deperimento dello stato). La società che sarebbe nata non era prevedibile e quindi Marx non volle descriverne i caratteri come invece era molto comune nei socialisti dell’800, tutti intenti a delineare anche nei minimi particolari la nuova società dell’avvenire. Ciò che mancava però nell’analisi di Marcuse rispetto a quella di Marx era che non veniva scientificamente individuato il meccanismo che avrebbe fatto esplodere la società capitalistica: per Marx sarebbe stato il proletariato immiserito, cioè la stragrande maggioranza della popolazione. Marcuse si rendeva conto che questo ormai non era più possibile ma pensava vagamente ad alcune minoranze: ma non si vede come minoranze emarginate possono rovesciare società sostenute dalle grandi maggioranze. I giovani d’altra parte non si rendevano conto che essi costituivano piccole minoranze: credevano di avere dietro di loro la grande maggioranza del popolo, del proletariato, delle masse, insomma, come si diceva.
MATRICE PSICANALITICA
L’altra grande matrice culturale a cui si ispirò il '68 fu quella psicanalitica, propriamente nella sua variante, cosi detta, di sinistra. Freud aveva teorizzato la centralità della sessualità ma aveva anche sostenuto, e vigorosamente, la necessità della sua repressione: la civiltà, la cultura, l’etica, la nostra vita sociale tutta nasceva, secondo Freud, dalla capacità di porre sotto controllo l’istinto sessuale che, lasciato a se stesso, era distruttivo. Quindi, anche se in casi particolari, la repressione sessuale (soprattutto il superamento del complesso di Edipo) poteva portare a nevrosi, tuttavia essa era inevitabile: al più bisognava stare attenti a non esagerare, a non creare situazioni troppo drammatiche. Ma la Sinistra Freudiana (soprattutto William Reich) sostenevano che il complesso di Edipo veniva superato spontaneamente se non si fosse messo in atto un meccanismo repressivo: in generale la sessualità doveva quindi manifestarsi liberamente, la sua repressione o irrigidimento in vie e regole prefissate rendeva l’uomo, egoista, avido violento, insomma era la radice del male e della infelicità. La psicanalisi cosi intesa giustificava d’altra parte un mutamento radicale della società che si andava attuando in quegli anni: l’eclisse della millenaria etica sessuale: i rapporti fuori dal matrimonio da sempre visti come il male, il peccato ( anche dai comunisti ) vengono accettati come una liberazione. Con essa si veniva a intrecciare la liberazione della donna, il femminismo. Le particolari limitazioni, che da sempre avevano contraddistinto l’universo femminile, le tradizionali doti femminile come la modestia, il pudore, la verginità prematrimoniale, lo spirito di sacrificio erano visti come conseguenze nefaste della repressione: il ruolo della donna era cambiato e non si doveva distinguere da quello dell’uomo. Si parlava di maschilismo come un fattore della più generale repressione sessuale che ingabbiava, d’altra parte, uomini e donne, repressione che aveva la funzione di mantenere il dominio della borghesia. La borghesia diventava stranamente la depositaria della morale tradizionale mentre in generale erano stati i ceti borghesi ad abbandonare la morale sessuale tradizionale che era invece ancora salda nelle classi più povere. Il divorzio cessò di essere visto come un fatto borghese e fu visto, stranamente, come un’esigenza del proletariato.
VISIONE DEL MONDO
In realtà le due matrici si fondevano. Si teorizzava che la repressione avesse una matrice politica (oppressione della borghesia capitalistica) e una psicologica: (oppressione della regole morale), anzi si riteneva che ambedue fossero espressione di un’unica società oppressiva. Benché Freud e Marx partissero da presupposti e metodi del tutto diversi tuttavia apparve che essi si incontrassero in un aspetto fondamentale: la repressione sociale crea il male, l’uomo di per se è buono: un ritorno in chiave moderna al mito del buon selvaggio, caro all’Illuminismo. In verità nel marxismo l’uomo viene considerato un prodotto della società e si nega decisamente che esista una natura vera, un’essenza dell’uomo, concetto questo proprio del pensiero religioso (come base della morale naturale): tuttavia nella prospettiva della lettura umanistica di Marx, il principio che la natura dell’uomo è data dalla storia viene generalmente poco percepito e accantonato di fronte all’idea che l’uomo realizzato nella società comunista sarebbe stato l’uomo vero. Per Marx la repressione nasceva dalla classe dominante che voleva mantenere il proprio potere con la ricchezza, per Freud invece era imposta da quelli che volevano mantenere il proprio potere con la morale tradizionale: in ambedue i casi pero bisognava combattere contro le regole della società, i divieti: VIETATO VIETARE era una parola chiave del '68. La percezione del mondo nella contestazione del '68 è estremamente netta e lineare: da una parte il bene dall’altra il male, una linea netta che distingue i due campi senza possibilità di commistione: tutto era bianco o nero. Il grigio non esisteva.
In altri termini il contestatore non cercava di distinguere in ogni fatto gli aspetti positivi e quelli negativi ma classificava ogni fatto come negativo o positivo, secondo che appartenesse al campo del male o al campo del bene. Questa semplificazione estrema fu uno fu il maggior fascino del movimento: il bene e il male erano facilmente riconoscibili e ci si metteva, con grande entusiasmo e generosità, al servizio del bene e si era sicuri di essere nel giusto: quelli che si opponevano erano i rappresentanti del male che ne fossero o meno coscienti. Era poi anche tanto facile: non lunghe e complicate analisi, non il confronto difficile con la realtà effettiva, con fatti sempre complessi e contraddittori: in ogni cosa bisognava capire se era di destra o di sinistra nella particolarissima accezione che si dava a questo termini. Nel campo della destra e quindi del male veniva posto innanzi tutto il capitalismo: tutto quello che poteva essere rapportato ad essi era certamente il male: non si cercava di veder quali fossero gli aspetti positivi o negativi del capitalismo. La borghesia era la classe che sosteneva il capitalismo: quindi in essa non poteva che far parte del campo del male: nulla che fosse borghese poteva essere bene e tutto quello che era male era borghese. L’America rappresentava essenzialmente il capitalismo: quindi tutto quello che facevano gli americani era sempre e comunque male e tutto quello che di male avveniva nel mondo doveva essere in qualche modo in relazione con l’America. Nel campo del male veniva posta anche quindi l’autorità qualunque fosse poi la natura (familiare, scolastica, religiosa, sociale, amministrativa): ciò che si opponeva alla autorità era sempre il bene.
Nel campo del bene vi era il proprio modello di società, nel campo del male tutto quello che si opponeva ad esso. Nel campo poi del male finivano anche tutti quegli indirizzi che pure essendo propri della contestazione stessa tuttavia divergevano dalle proprie idee e quindi oggettivamente favorivano il male: in pratica ogni gruppo era in lotta accesa con gli altri gruppi contigui non meno che con i nemici comuni. Comunque essi immaginavano di combattere una gigantesca lotta a livello mondiale, politica e culturale fra fascismo e comunismo: tuttavia i due termini non avevano il significato proprio. Per fascismo non si intendeva solo i seguaci di Mussolini che in pratica non esistevano quasi più; sotto la categoria di fascista si ponevano tutti i regimi autoritari e dittatoriali, tutti i regimi democratici parlamentari, tutte le manifestazioni autoritarie: il professore severo era fascista, si poteva essere fascisti perfino a letto. Il comunismo non era più identificato con i regimi dell’est ma era una categoria nella quale rientrava il modello ideale che si aveva in mente.
Le motivazioni di una semplificazione così estrema vanno spiegate:
innanzi tutto esse erano semplici ad essere utilizzate dai giovani poco esperti e poco disposti a lunghe e complicati studi e soprattutto, alieni dall’accettare l’insegnamento degli esperti e quindi implicitamente degli adulti. Cercare di capire cosa avvenisse in Palestina o in Vietnam poteva essere molto difficile: sarebbero occorse complesse conoscenze storiche, sociologiche, economiche non alla portata di tutti: ma bastava invece osservare da che parte fossero gli Americani per sapere subito dove fosse tutto il bene e dove tutto il male. In complesse scelte economiche non occorreva conoscere i difficili principi dell’economia: bastava veder da che parte fossero gli industriali e cosi via. Il giovane, senza avere particolari conoscenze, poteva quindi in questo modi discettare di crisi internazionale, di scelte economiche difficili, di società e di morale: tutto appariva facile, evidente nello schematismo del '68: non occorrevano gli esperti, carichi di studi e quindi di anni, che avrebbero vanificato l’essenza stessa dell’autonomia giovanile. Però non basta questo: occorre anche comprendere come le matrici culturali marxista e psicanalitica offrissero gli strumenti culturali essenziali a tali semplificazioni. Il marxismo presentava il concetto di mistificazione o di falsa coscienza. Marx aveva affermato, in sostanza, che il pensiero fosse un epifenomeno della realtà materiale, che le manifestazioni culturali (religione, diritto, anche scienza) fossero sovrastrutture delle strutture economiche. Pertanto ogni idea poteva essere sostanzialmente ricondotta alla matrice economica sociale di cui era sostanzialmente una manifestazione. Il concetto in Marx è molto complesso e da’ adito a molte contraddizioni e critiche: tuttavia fu preso in modo molto semplice e banale. Se qualcuno esprime un’opinione, che fosse in qualche modo favorevole alla borghesia, al capitalismo, all’America non si cercava di vedere se essa corrispondessero o meno alla realtà effettiva: si deduceva immediatamente che essa era espressione della borghesia, del capitalismo, dell’America e quindi veniva posta immediatamente nel campo del male. Non si giudicava un’idea secondo la corrispondenza alla realtà ma secondo il campo di appartenenza: c’e una cultura borghese da denunziare e da rigettare e una cultura proletaria comunista da accettare. Ancor di più la psicanalisi si prestava a un meccanismo di questo genere. Per Freud infatti le idee che abbiamo sono il mascheramento. La razionalizzazione di idee profonde rimosse che non possiamo manifestare per la censura operata dal super io: ad esempio il fervore religioso è l’espressione della impossibilità psicologica di esprimere la propria libido. Quindi non pare importante quello che si pensa a livello cosciente ma le pulsioni incoscienti che lo originano. Da questo punto di vista, in modo ancora più radicale che per il marxismo l’esame logico e la corrispondenza oggettiva di quello che si pensa pare poco importante. Invece di un’analisi logica e fattuale delle idee si procede a un’analisi psicologica: se qualcuno sostiene la morale tradizionale non vengono minimamente presi in esame gli argomenti logici e di fatto che porta a sostegno della sua tesi, non vengono ritenuti importanti: si esamina invece come queste idee siano la conseguenza del complesso di Edipo non correttamente superato , della repressione paterna, dei rapporti con la madre ecc. Come poi osservava e dimostrava chiaramente Popper, questi modi di procedere sono tali che si può dimostrare tutto e il contrario di tutto: se un fatto si presenta infatti anche con il suo contrario allora noi possiamo sempre affermare che esso dimostra la nostra tesi.
Se la sessualità si può manifestare sia con il desiderio sessuale che con lo slancio mistico allora posso dedurre che esso sia presente in un soggetto sia che manifesti il desiderio sessuale sia lo slancio mistico che lo neghi: manca cioè la possibilità del controllo dei fatti che caratterizza la scienza. Il contestatore del '68 quindi trovava infinite conferme alle sue idee: si stupiva di come altri potessero non condividerle: l’unica spiegazione era la malafede, l’alienazione, la falsa coscienza , la rimozione inconscia. La volontà del popolo era conculcata dalla borghesia e dal potere: la vera volontà del popolo era altra: essi ritenevano di interpretarla e quindi si consideravano la vera espressione del popolo, anche se il popolo non li seguiva affatto. D'altra parte questa fu sempre il principio di tutte le dittature comuniste e non del XX secolo: sostituire alla volontà espressa nella elezioni quella vera interpretata dal Partito.
EFFETTI DEL '68
In realtà tutto il movimento, al di là delle apparenze mediatiche, ebbe scarso influsso sulle politiche reali seguite dai governi. Infatti il '68 sul piano elettorale fu del tutto inconsistente: si formarono piccoli gruppi (sinistra extraparlamentare) esclusi rigidamente dalle aree della maggioranza e d’altronde molti aderenti non votavano nemmeno.
In pratica il Movimento si autoescluse dai quei meccanismi che permettevano di influenzare la vita politica: tutti erano sempre in attesa della mitica rivoluzione che avrebbe spazzato via la falsa democrazia per instaurare la vera democrazia qualunque cosa poi si intendesse con questo termine e non volevano piegarsi a compromessi. In America le dimostrazioni contro la guerra in Vietnam non produssero alcun effetto immediato: proprio negli anni seguenti si arrivò alla escalation con l’invio di truppe sempre più numerose e interventi aerei sempre più pesanti: la fine della guerra, gestita dal repubblicano Nixon, non ebbe nulla a che fare con la contestazione del '68 americano. In Italia si formò per un anno addirittura un governo centrista (presieduto da Andreotti,1972-73) al posto di quello di centrosinistra; e soprattutto la svolta di Berlinguer che si ebbe di lì a poco si mosse nella direzione esattamente opposta a quella vagheggiata dai contestatori con il tentativo di inserire i partiti di sinistra nell’area di governo raggiungendo un compromesso storico con le forze moderate e borghesi che avevano governato fino ad allora l’Italia. L’inconsistenza politica fu particolarmente chiara in Francia: quando il movimento del Maggio Francese sembrò prendere il sopravvento a Parigi occupando la rive gauche e si comincio a dire che il governo allora in carica, presieduto dal generale De Gaulle, ormai era superato. Ma il generale riportò subito tutti alla realtà: parlò pochi minuti alla radio: affermò che il suo governo era stato eletto regolarmente e democraticamente dal popolo, che, comunque, indiceva nuove lezioni per verificare, al di là di ogni dubbio, la volontà dei Francesi: i contestatori avrebbero potuto partecipare ma se optavano per altri mezzi ( cioè quelli violenti della rivoluzione) lo Stato era pronto anche per questa evenienza: seguirono imponenti manifestazioni lungo gli Champs-Elysées in appoggio a De Gaulle. L’idea della rivoluzione violenta apparve assolutamente impraticabile: le elezioni segnarono un trionfo per De Gaulle: non propriamente per la sua politica in generale (qualche tempo dopo usci dalla scena politica) ma in chiara sconfessione delle ideologie della Maggio Francese. Tuttavia il '68 ha avuto una immenso influenza e che continua tuttora ben oltre il particolare momento storico. Esso fu infatti essenzialmente un movimento studentesco: affascinò enormemente tutti gli studenti del tempo. I migliori di essi sono diventati magistrati, manager, professori universitari, scienziati, politici e sindacalisti: praticamente hanno formato la classe dirigente ma tutti conservano nel proprio animo il ricordo di un tempo, unico e irripetibili nel quale si sentirono i protagonisti della vita politica e sociale, in cui si sentirono capaci di cambiare il mondo. Tutto si collega poi strettamente al naturale ricordo e mitizzazione della giovinezza che viene una sola volta ma che rimane per sempre nel nostro animo come rimpianto di un momento magico. Qualcosa di profondo del '68 è rimasto sempre nel profondo dell’animo di tutti quelli che hanno vissuto quella stagione, anche se hanno poi preso strade e indirizzi magari opposti a esso.
Per questo è stato detto molto giustamente che il '68 finirà solo con la morte dei sessantottini. In particolare è avvenuto che gli studenti del '68 sono a loro volta saliti in cattedra dei licei e delle facoltà universitarie letterarie e filosofiche: in pratica hanno monopolizzato quasi tutto l’insegnamento trasmettendo la loro esperienza alle nuove generazioni che vivono in un mondo completamente diverso da quello della loro giovinezza: il '68 continua anche oltre i propri attori. Oltre anche il loro tempo: come sempre avviene per i grandi movimenti politici e sociali.
I miti del 68 continuano forse soprattutto perché sono in fondo i miti dell'uomo di sempre.






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9 agosto 2008
Meccanicismo, finalismo.
Il problema se la natura sia retta dal principio di causa o da quello di fine, pure essendo scientifico, ha una grande importanza filosofica. Se, infatti, pensiamo che la natura sia mossa dal principio finalistico, allora ne consegue, quasi immediatamente, che esiste una Mente Ordinatrice ( Dio) che quei fini assegna alla natura. Se invece interpretiamo la natura in base al solo principio di causa ed effetto (meccanicismo) allora si apre la strada a pensare che la natura possa essere mossa semplicemente dal caso e la presenza di una Mente Ordinatrice non appare più un’evidenza irrefutabile La fisica classica e medioevale (aristotelica) interpretò la natura in base al principio finalistico considerando il principio causalistico come secondario, funzionale rispetto al primo: tutto si muove in base a delle cause ma queste sono disposte in modo tale da raggiungere un fine: il sole sorge in base a cause naturali ma esse sono disposte in modo tale da permettere sulla terra l’esistenza della vita. La scienza moderna ( galileiana) invece ritiene che ogni cosa sia mossa dalla una causa e che il fine sia semplicemente una nostra interpretazione comunque al di fuori dello stretto ambito scientifico: Il sole sorge per cause naturali: il fatto che questo fatto permette la vita sulla terra (fine) è semplicemente una conseguenza che potrebbe essere del tutto accidentale e che “noi” possiamo interpretare come una finalità: da qui la possibilità di interpretare la natura come un meccanismo del tutto casuale che non richiederebbe pertanto l’evidenza di una Mente Ordinatrice. Di fatto teorie filosofiche che fanno a meno di Dio nell’interpretazione della natura si vedono infatti sorgere solo nella storia moderna: non che prima non esistesse l’ateismo ma esso era un fatto pratico non propriamente teorizzato. Ma ci domandiamo: veramente la scienza moderna prescinde dal principio finalistico ? La questione ha bisogno di un approfondimento. Un dato su cui riflettere è che la “fisica” classica e medioevale. in effetti. Aveva come modello di riferimento quella che noi chiamiamo biologia: la vita è il modello principale della natura e il mondo stesso inanimato veniva essenzialmente concepito come un “grande animale” in qualche modo vivo anche esso. La fisica moderna invece prende le mosse e quindi il modello fondamentale di interpretazione dai corpi inanimati: infatti il significato originario di “ fisica” che era “scienza della natura” ( nel suo complesso anche degli esseri viventi ) diventa modernamente lo studio degli oggetti inanimati (movimento, massa, magnetismo) strettamente correlato alla matematica che descrive quei fenomeni. Il modello fisico inanimato viene poi esteso anche agli esseri viventi che si “suppone” siano anche essi mossi dagli stessi principi. Il mondo viene paragonato a una grande meccanismo e gli esseri viventi a meccanismi particolarmente complessi . Tuttavia nella realtà questo modello puramente meccanicistico regge? Ed è effettivamente usato dagli scienziati ?‘ La risposta ci pare, a tutta evidenza, negativa. Quando un medico o un biologo studia un organo la domanda è sempre:! A che serve?” Mai “quale è la sua causa?” Tutto quello che inerisce ai meccanismi incredibilmente complessi di un essere vivente hanno una loro evidentissima e innegabile finalità. La malattia infatti cosa è se non un “cattivo” funzionamento di un organo? Il che significa in realtà che quell’organo non assolve o non assolve pienamente alla funzione per la quale esiste. Se un occhio è miope vuol dire che c’è qualche difetto in esso che non rende la visione quale essa dovrebbe essere :ma questo non significa altro che l’occhio ha una sua perfetta finalità che tuttavia non consegue per qualche causa. Esiste quindi senza altro la causa dell’anormalità ma essa è semplicemente quella che impedisce la finalità che quindi è il principio preminente: in realtà guarire da una malattia significa semplicemente ripristinare le condizioni per cui l’organo può conseguire il fine proprio. Nella realtà quindi non è affatto vero che la scienza moderna si basi solo e esclusivamente sul principio di causa e disconosce quello di fine: semplicemente bisogna veder quale è il modello di riferimento: per i corpi inanimati certamente la finalità non è necessariamente richiesta. E’ vero che il sole si muove per cause fisiche e non necessariamente dobbiamo pensare che il suo movimento abbia il fine di illuminare la terra. Ma se passiamo al campo biologico non possiamo dubitare che l’occhio ha la funzione ( il fine) di vedere: pensare che i suoi meccanismi immensamente complicati abbiano solo delle cause e che solo per un caso esso permette la visione è, in realtà, qualcosa che nessuno pensa veramente.



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8 luglio 2008
SCHEDATURA DEI ROM
Prima ancora che fosse pubblicato, l’articolo di Famiglia Cristina che definisce “'indecente proposta razzista “ quella del governo di prendere le impronte digitali dei piccoli rom ha scatenato accese polemiche In verità l’articolo è molto più ampio: condividiamo pienamente la parte che riguarda la mancanza di provvedimenti di sostegno alla integrazione dei rom. Ci pare però di non poter invece condividere l’impostazione che è stata data al problema della schedatura dei rom, piccoli e grandi. In realtà in uno stato moderno ciascuno di noi è schedato fin dalla nascita. Nella dichiarazione di nascita non solo viene attestato il fatto oggettivo che si è figli di quella data donna (mater semper certa est), ma anche la paternità legale che diventa addirittura prevalente su quella biologica la cui ricerca, infatti, è vietata tranne che in circostanze e da persone tassativamente previste dalle leggi. La schedatura dalla nascita fa sorgere diritti e doveri che durano tutta la vita ed è la base di una infinità di altre schedature: in pratica per ogni atto della nostra vita di rilevante valore legale dobbiamo esibire un certificato di nascita senza il quale è come se noi non esistessimo. Il sistema ha funzionato egregiamente ormai da secoli per la generalità dei cittadini della cui identità si è certi tranne casi particolarissimi. Ma il sistema anagrafico appare inadeguato per alcuni gruppi particolari come possono essere i rom, italiani e stranieri e in genere gli immigrati. In questo caso è difficile riuscire a identificare effettivamente una persona, in modo particolare i bambini attraverso i normali documenti anagrafici. Non si vede perche quindi sia tanto indecente una procedura né invasiva, né umiliante che integri la normale identificazione anagrafica con un supporto tecnico affidabile come possono essere le impronte digitali. Non sarebbe nulla di scandaloso che un tale procedimento, che non viola per niente la privacy, fosse esteso ad ampie fasce di cittadini, in prospettiva a tutti: il senso di umiliazione nasce solo dal fatto che comunemente le impronte sono prelevate solo agli indiziati di reati gravi: ma è una impressione che va superata. Non ci si nasconde che la schedatura non solo è un mezzo di identificazione ma anche che potrebbe, in prospettiva, anche permettere di identificare i responsabili di reati, soprattutto furti e parimenti costituire una prova di innocenza. Il problema allora è che dobbiamo chiarire a noi stesso un fatto: consideriamo che un minorenne che rubi per conto della sua comunità un fatto accettabile o meno. Nella prima ipotesi allora lasciamo le cose come sono: continuiamo a riaffidare i piccoli che rubano ai loro genitori che fingono sgomento e un momento dopo li rimandino a rubare, certi della sostanziale impunità Ci pare pero ipotesi solamente teorica . Se invece non accettiamo che dei piccoli vengano avviati al furto e all’accattonaggio allora dobbiamo prendere provvedimenti: le impronte digitali ci sembrano un mezzo molto efficace per stabilire identità, colpevolezza . La carità che la principale delle virtù cristiana è dovuta a tutti ma specialmente ai poveri, ai sofferenti ma non può essere disgiunta dalla prudenza, pure essa virtù cristiana. Se si vuole veramente aiutare una persona bisogna stare bene attenti a quelli che si fa perché spesso le migliori intenzioni hanno gli effetti più deleteri. Se vogliamo combattere l'emarginazione dobbiamo combatterne le cause: non basta dire semplicisticamente che non bisogna emarginare: se i Rom rifiutano il lavoro, si danno all'accattonaggio e al furto saranno sempre emarginati e tenuti in sospetto dal complesso della comunità.



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23 giugno 2008
IL PARADOSSO DI TOGLIATTI

L’opera politica di Togliatti è caratterizzata da un paradosso: l’uomo che rappresentava la Rivoluzione comunista rivolse  la sua  azione proprio a impedire  che essa esplodesse in Italiane e quindi in Europa. Come abbiamo mostrato a impedire lo scoppio della  rivoluzione  in Italia non furono tanto  i partiti democratici di massa,  ne la influente Chiesa Cattolica, ne le potenti forze  militari americane, ma fu il partito comunista di Togliatti che in ogni modo prevenne la rivoluzione e quando essa, comunque sembrò manifestarsi ugualmente come nella lotta partigiana, in occasione dell’attentato di Pallante, con i disordini contro il governo Tambroni intervenne attivamente per bloccarli.
L’azione di Togliatti però fu perfettamente coerente e razionale: la Rivoluzione non aveva possibilità di successo in Italia e quindi  non doveva scoppiare: Togliatti non era un poeta della Rivoluzione, né un profeta, nè un ideologo  era una grande lucido e razionale e acuto politico, un grande, un eccezionale politico che in quanto tale sapeva chiaramente distinguere quello che era effettivamente possibile da quello che si desiderava fosse possibile.

Con il senno di poi possiamo dire che, date le sue premesse il modo secondo il quale agì, il modo migliore di agire fu proprio come egli effettivamente agì,

 

 

Già le sue premesse….ma è proprio sulle premesse che noi abbiamo dei dubbi

Constatare che la Rivoluzione non poteva avere successo  in Italia perchè in realtà non poteva avere successo  nel mondo Occidentale,  non equivaleva a concludere che le Rivoluzione aveva ormai  perso  la sua storica sfida ? Lo stesso Togliatti aveva compreso, con almeno 50 anni  di anticipo rispetto al pensiero di sinistra,  che il fascismo stesso era pure esso un fenomeno di massa, poteva non comprendere che ormai il capitalismo andava acquistando una sua base  popolare?   E allora perchè non fare il grande passo che molti fecero allora rescindendo il legame con il comunismo internazionale, legame che impedì sempre alle forze di sinistra di raggiungere il potere?

 E ancora di più: il bancario di Milano,l’operaio di Torino ,lo studente  di Napoli poteva anche pensare che in Russia si stesse preparando la grande Rivoluzione proletaria che avrebbe estirpato una volta per tutte,  tutta la ingiustizia e tutto il male dal  mondo e che a questa meta bisognasse sacrificare ogni cosa, anche la giustizia e la verità. 

 Ma nessun al mondo meglio di Togliatti conoscevano gli orrori dello stalinismo, le purghe che portarono alla morte della quasi totalità di quelli che avevano fatto la Rivoluzione, il terrore diffuso capillarmente in tutto il paese, i milioni di morti  viventi nei gulag: poteva  egli credere che questi fatti veramente avrebbero portato alla società idealizzata da Marx?

 Egli non era un poeta, né  un profeta , ne un ideologo  era una lucido e razionale e acuto politico, un grande eccezionale politico…..

 Sorge allora il sospetto che egli agisse non perchè credesse realmente nelle idee che professava  ma perchè cosi egli poteva mantenere il potere.

Collaborò con Stalin assecondando tutti i suoi crimini; cosi salvò la vita che tanti altri comunisti ingenuamente persero e divenne il capo incontrastato  del comunismo italiano solo perchè designato da Stalin, mantenne un potere assoluto sul partito e quindi su una fetta consistente dell’Italia  perchè era la guida alla Rivoluzione, quando sarebbe venuto il momento.

Ma lui, PalmiroTogliatti ci credeva veramente e fingeva solo di crederci?’ Non lo sapremo mai, crediamo, e forse non è nemmeno importante: la storia giudica gli avvenimenti dal punto  di vista politico non la moralità degli uomini .  




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22 giugno 2008
TOLLERANZA ISLAMICA E LIBERTA RELIGIOSA

     Nel passato l’atteggiamento degli islamici verso i seguaci di altre religioni appare certamente molto più tollerante rispetto a quello dei cristiani degli stessi tempi: tuttavia questo non ci deve far credere che nel mondo islamico esistesse qualcosa di simile alla libertà religiosa affermatesi in Occidente, in tempi relativamente recenti e in mezzo a contrasti forti e talvolta drammatici: si tratta di fatti radicalmente diversi come cercheremo di illustrare attraverso un rapido sguardo storico.
     Partendo dal Corano troviamo una distinzione fondamentale dei non credenti fra gli idolatri e gli Ahl al-Kitab (“genti del libro” cioè della bibbia, cristiani ed ebrei). Per i primi non è prevista alcuna tolleranza che è invece concessa ai secondi:

 

Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, (si riferisce a una tregua) uccidete questi idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso

At-Tawba, 5 (Il pentimento)

 

Si prevede naturalmente la possibilità che possano essere edotti pacificamente del messaggio divino:

E se qualche idolatra vi chiede asilo, concedeteglielo affinché possa ascoltare la Parola di Allah, e poi rimandalo in sicurezza. Ciò in quanto è gente che non conosce!

At-Tawba 6 (Il Pentimento)

Per le genti del libro

Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la Gente della Libro, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il gizha (tributo), e siano soggiogati.

Sura IX, 39 At-Tawba (Il Pentimento)

 

In realtà storicamente per quanto riguarda gli idolatri ci si riferisce alle genti arabe che, convertitesi dopo una serie di sanguinosi scontri e guerre tribali, costituirono poi il primo saldo nucleo dei combattenti islamici. Le genti del libro erano coloro che credevano nella bibbia (il libro per eccellenza). L’islam riconosce, infatti, come predecessori di Maometto i profeti biblici e Gesù, considerato anche esso un grande profeta anche se diversamente interpretato rispetto al cristianesimo: pertanto cristiani ed ebrei erano considerati comunque adoratori del vero Dio che si era poi manifestato anche a Maometto. Vi è anche qui un’esigenza concreta: l’Islam si diffuse in tutto il Medio Oriente in un mondo già da secoli pienamente e unanimemente cristiano: la conversione improvvisa e coatta di tutti i popoli conquistati sarebbe stata una follia dal punto di vista politico. Anzi l’espansione militare fu anche ampiamente favorita dalle lotte interne fra cristiani per le quali i musulmani potevano essere considerati al limite una soluzione: ad esempio la chiesa copta di Egitto accolse gli eserciti islamici quasi come liberatori perché in grave scontro politico e religioso con la chiesa di Costantinopoli. Tuttavia non è certo da pensare che i mussulmani fossero inclini verso il laicismo politico, tutt’altro. L’islam, infatti a differenza del Cristianesimo, che è essenzialmente una filosofia teologica, è invece soprattutto una “legge” che Dio ha consegnato a Maometto. Da esso si ricavava la Shari’ah ( la via) cioè il complesso di leggi che regolano tutta la vita della comunità in tutti gli aspetti a volte anche in quelli più minuti, da come vestirsi a cosa mangiare, dalle successioni ereditarie alle procedure giudiziarie. Si trattava però di una legge religiosa e come tale valida solo per i credenti: per i non credenti si tollerava che potessero regolarsi in base alle proprie leggi e tradizioni. Si creavano quindi comunità distinte: cristiani ed ebrei non furono mai equiparati ai mussulmani, "la parte migliore” e l’unica che avesse la pienezza dei diritti politici: venivano considerati dhimmi (protetti) in cambio di una tassa detta gizha che dovevano pagare ai mussulmani spesso con modalità umilianti (shā ghirū n .) Va pure notato che furono in seguito assimilati alla condizione delle “genti del libro” anche appartenenti ad altre religioni come gli zoroastriani in Persia e soprattutto gli induisti in India. In genere l'entità della gizha corrispondeva grosso modo a quella della zokat (tassa pagata dai mussulmani) che aveva anche un valore religioso in quanto era il quarto "pilastro" dell'islam e quindi non poteva obbligare i non mussulmani: in generale non si può quindi parlare di uno sfruttamento economico dei mussulmani verso i non mussulmani. L’importante pero era il principio di segregazione delle due comunità: la tolleranza era subordinata a certe condizioni come il non fare propaganda religiosa, non danneggiare in nessun modo gli islamici, non calunniarli che erano cosi vaghe da permettere poi ogni interpretazione ma che chiaramente comunque escludevano ogni libertà di espressione di pensiero che invece è la base essenziale della moderna libertà  di religione. La condizione dei dhimmi pertanto, in effetti poteva variare moltissimo secondo l’arbitrio delle autorità che poteva più o meno essere generose o tiranniche: a  volte i cristiani diventavano consiglieri apprezzati, a volte invece si ebbero delle vere e proprie persecuzioni e pogrom. Ad esempio negli emirati di Spagna si ebbe in generale grande apertura verso i cristiani mentre nel vicino nord africa le comunità cristiane sparirono del tutto in seguito alle persecuzioni. Nell’India dell’impero del gran Mogol mentre Akbar ebbe molta tolleranza verso gli indù invece Aurangzeb adottò una politica intransigente e persecutoria che determinò poi la rovina dell’impero e che permise poi agli Inglesi di prenderne facilmente il controllo. Il passaggio graduale delle popolazioni sottomesse all’islam era così favorito dal desiderio di uscire dalla propria emarginazione e di ottenere la pienezza dei diritti: molti cristiani catturati nelle scorrerie dei pirati turchi raggiunsero alte posizioni aderendo all’islam che accettava senza alcun pregiudizio razziale chiunque aderisse alla vera fede. D’altra parte una legge fondamentale dell’islam vietava che si potesse passare dall’islam ad altra religione (anche a quella prima professata) comminando la pena di morte: veniva assolutamente vietato qualunque apostolato dei non musulmani. Prima della modernità, però, in Occidente la tolleranza religiosa era ancora più scarsa. In realtà non si presentavano le stesse condizioni storiche delle conquiste dei mussulmani: non c’erano in effetti in Europa comunità religiose diverse da quelle cristiane (a parte primitivi paganesimi nell’alto medioevo) a eccezioni degli ebrei. Ad essi si applicava un trattamento con principi simili simile a quello dei paesi mussulmani ma che nella pratica fu molto peggiore: anche gli ebrei venivano considerati dei protetti delle autorità che in cambio spesso pretendevano delle tasse. Non potevano partecipare alla vita pubblica, erano esclusi dal possesso della terra, dalle corporazioni artigiane. Le poche comunità islamiche cadute sotto il dominio cristiano (in Sicilia e soprattutto in Spagna ) non furono tollerate e sparirono ben presto. Solo dal ‘600 e poi soprattutto con il diffondersi dell’illuminismo sorse in Europa l’idea della libertà religiosa come effetto di una nuova concezione dei rapporti fra religione e stato. La legge civile cessò di essere sentita ed identificata con la morale e quindi con il suo fondamento religioso : il reato viene distinto nettamente dal peccato, la legge civile non pretende più di essere l’espressione della morale derivante da Dio. La distinzione fondamentale fra legge civile e legge religiosa ha gradualmente superata l’antica concezione secondo la quale un popolo è identificato dalle sue leggi religiose: ciascuno poteva quindi liberamente adottare la fede religiosa che voleva (o nessuna ) senza per questo mettersi fuori della comunità statale. Gradatamente, non senza drammatici contrasti e rivoluzioni e anti rivoluzioni si è giunti quindi a stabilire la libertà religiosa. Essa non si riferisce più alle comunità costituite (come nel mondo islamico) ma al singolo che può, a proprio giudizio, aderire liberamente alla fede (o ateismo) che vuole. La libertà religiosa è stata giustamente definita la prima e la matrice di tutte le altre libertà. Infatti se si considera che una religione debba valere per tutto il popolo ne discende che i principi di quella religione debbano valere per tutti e quindi i principi stessi non possono essere discussi ma solo accettati: l’applicazione della sharia’ah per quanto possa contemplare delle tolleranze è di per se intrinsecamente la negazione della libertà religiosa e quindi di ogni altra libertà. Intesa in senso moderno occidentale. 

 




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15 giugno 2008
Razzismo e cristianesimo

Attualmente si ha comunemente l’impressione che il razzismo sia stata solo una delle follie proprie del nazismo e che esso fosse prima sconosciuto o quasi. In realtà nella storia invece il razzismo è stata teoria largamente diffusa e ampiamente condivisa: il discredito in cui sono cadute le teorie razziste si è originato proprio dagli eccessi e dalle incredibili efferatezze provocate dal nazismo. L’opposizione al razzismo è stata invece proprio una prerogativa del Cristianesimo (e anche dell’Islam, in verità). Già i popoli primitivi definirono in genere se stessi come gli "uomini" (cioè i "veri uomini"), in età classica i Greci erano convinti di essere superiori proprio per natura a tutti gli altri popoli. Analogamente, sia pure con qualche variante, pensavano i Romani per i quali il loro impero coincideva con la civiltà e al di fuori non c’erano che barbari, per natura, inferiori. Fu il Cristianesimo a predicare invece l'uguaglianza di tutti gli uomini. Davanti a Dio senza nessuna distinzione di razza e popoli. Infatti, solo con l’affievolirsi dell’egemonia culturale cristiana, nel 700 il razzismo si riaffacciò nuovamente nella civiltà occidentale. Già l’idealismo tedesco cominciò a parlare di razza e di lingua pura a proposito della Germania e sorsero un po’ dovunque teorie che affidavano a questa o quella nazione un primato civile. La concezione naturalistica del Positivismo diede una base che sembrò scientifica a molte teorie razziste. In genere l’idea della selezione naturale si prestava come fondamento a una visione gerarchica delle razze ciascuna delle quali sarebbe stata a un diverso grado di sviluppo nell’evoluzione umana. Lo stesso Darwin sostenne che i primitivi fossero più vicini agli animali che agli europei. Nel ‘900 i regimi politici nazisti e fascisti adottarono idee razziste: ma esso era diffuso un po’ dovunque, sia nei paesi democratici che in quelli comunisti. In realtà l’opposizione fra razzismo e cristianesimo nasce dai concetti stessi di razzismo e cristianesimo. Infatti, in senso proprio il razzismo è una teoria secondo la quale si afferma che un individuo abbia determinate caratteristiche mentali (oltre che fisiche) per il fatto stesso che appartiene (geneticamente) a un certo gruppo e si accompagna sempre all'idea che esiste una gerarchia fra le razze (e non semplicemente diversità). Presuppone quindi la teoria secondo la quale la spiritualità dell'individuo venga determinata sostanzialmente dal patrimonio genetico che ha ereditato: cioè in pratica che l’anima umana sia semplicemente riconducibile al suo corpo. Il Cristianesimo, invece, afferma che l’uomo non è solo corpo ma anche anima immortale, unica e irripetibile creata direttamente da Dio stesso a propria immagine e somiglianza. Afferma pure l’unità di tutti gli uomini non solo perché tutti discendenti da un’unica coppia, ma anche e soprattutto perché tutti figli di Dio, tutti ugualmente amati da Lui, tutti candidati alla beatitudine eterna. Il destino eterno dell’uomo dipende dalla sua personale irriducibile scelta. Non può dipendere da razza, stirpe o altri principi naturalistici e deterministi. L’uomo secondo la visione cristianesimo è essenzialmente libertà: da ciò l’irriducibile opposizione a ogni determinismo biologico e quindi a ogni razzismo.




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5 giugno 2008
REATTORI NUCLEARI A FISSIONE

REATTORI NUCLEARI 

A FISSIONE


Dunque, da una reazione di fissione nucleare controllata si ottiene energia, molta energia. Il problema è capire come prenderla e come trasformarla in apposite centrali. Le centrali per la produzione di energia hanno nomi diversi, a seconda da cosa sono alimentate. Così abbiamo a che fare con centrali idroelettriche quando utilizziamo l'energia di caduta di una massa d'acqua da una data quota; si hanno centrali a marea quando sfruttiamo il sollevarsi e l'abbassarsi del mare; si hanno invece centrali eoliche quando utilizziamo il moto di pale, originato dal vento. Fin qui per ciò che riguarda centrali fredde, centrali cioè che lavorano a temperatura ambiente, senza passare per il riscaldamento. Vi sono poi le centrali termiche che sono una classe di centrali che comprendono: centrali solari, centrali a carbone, centrali geotermiche, centrali a gas, centrali ad olio combustibile, centrali nucleari (di differenti tipologie). A parte alcuni tipi di centrali solari che lavorano a temperature relativamente basse, tutte le altre centrali funzionano sostanzialmente con lo stesso principio: vi è un fornello dentro il quale si genera il calore; questo calore viene scambiato con una qualche sostanza (generalmente acqua); questa sostanza acquista energia termica (se è acqua diventa vapore ad elevata temperatura e pressione) ed è in grado di muovere delle turbine; il moto delle turbine è connesso ad un alternatore che origina corrente alternata; questa corrente, dopo opportuna trasformazione, viene inviata negli elettrodotti per gli usi finali in fabbriche e città.                     Nel caso di una centrale nucleare il fornello è costituito da un arrangiamento che permette di sfruttare l'energia da fissione nucleare.                     Per sfruttare una tale energia sono necessarie alcune condizioni:

- occorrono una enormità di nuclei che simultaneamente si fissionino;

- occorre innestare la reazione a catena che deve mantenere la combustione per produrre energia con continuità;

- occorre il controllo del processo: la possibilità di regolarne la potenza nel tempo e nella durata.

                    La struttura di un reattore nucleare deve quindi prevedere schematicamente:

- un fornello, detto nocciolo, nel quale si sviluppi la reazione a catena;

- un efficientissimo sistema di estrazione del calore (raffreddamento) dal nocciolo;

- una schermatura molto importante per fermare le radiazioni prodotte in modo ineliminabile dal processo di fissione;

- sistemi di regolazione dei processi mediante strumenti di controllo, al fine dell'uso pratico del reattore.

Figura 1

                    Nella figura piccola, in basso a destra, sono schematicamente raffigurate le differenti situazioni di un nocciolo: nella prima la barra nera serve per bloccare completamente la reazione; nella seconda la barra nera si alza e la reazione aumenta di potenza; nella terza la barra nera è completamente sollevata ed il reattore funziona alla massima potenza. La figura grande mostra invece lo schema costruttivo di un nocciolo completo di tutti i suoi componenti: le barre rosse sono quelle del combustibile nucleare; le barre nere sono di sicurezza e controllo della potenza del reattore; le barre verdi servono per moderare le reazioni, per assorbire i neutroni eccedenti;  nel recipiente vi è dell'acqua che assorbe il calore prodotto; il recipiente è circondato da calcestruzzo che ha un ulteriore contenitore, generalmente di acciaio; lungo il bordo del contenitore (barre gialle) vi è una qualche sostanza che ha la proprietà di riflettere i neutroni prodotti dalle reazioni all'interno del nocciolo, al fine di non disperderli. La figura 2 mostra invece un nocciolo in fase di montaggio in una centrale da 1300 Mw (una taglia di centrale nucleare molto grande e di tipo PWR, come vedremo più oltre).

Figura 2

L'interno del nocciolo, sempre schematicamente ma in forma più dettagliata, è mostrato in figura 3.

Figura 3

Si tratta di centinaia di barre di combustibile (uranio arricchito o plutonio) alternate con barre moderatrici (in genere berillio o grafite) e di controllo (in genere cadmio o boro, che possono scorrere verticalmente comandate dall'esterno per regolare la potenza della centrale).                     Ecco, dentro questo nocciolo viene realizzata la reazione nucleare a catena controllata che produce l'energia che ci interessa. Vedremo a breve come è connesso questo nocciolo al resto, ora vorrei dire due parole sulla peculiarità di questo fornello, rispetto agli altri delle centrali termiche. Innanzitutto il problema che si ha davanti riguarda le elevatissime temperature che si originano dalla reazione nucleare. Il sistema deve essere ben controllato per mantenerlo sempre a  temperature (intorno ai 400 °C) tali da non danneggiarlo. Lo scorrimento delle barre è fondamentale per il controllo del reattore. Serve quindi un efficientissimo sistema di raffreddamento ed estrazione del calore prodotto. In pratica dell'acqua deve circolare per estrarre il calore prodotto con continuità. La quantità d'acqua è notevole e, a volte, la stessa acqua non ce la fa ad assorbire tutto il calore prodotto; è il caso di alcune centrali nucleari che debbono utilizzare del sodio liquido per la sua maggiore efficienza relativa allo scopo. Ma su questo tornerò tra un istante. Passiamo ora a vedere come questo nocciolo è collegato all'insieme della centrale, a partire dagli elementi fondamentali. Mi riferisco alla figura 4 ed avverto che il sistema che vi è rappresentato può essere relativo a qualunque centrale termica (che utilizza, appunto, un fornello per la produzione di energia elettrica).

Figura 4

Il vapore d'acqua (mi riferisco ora al vapore d'acqua come  intermediario per gli scambi di calore, ma ve ne sono anche altri) ad alte temperatura e pressione esce dal nocciolo ed in E entra nella prima parte (scambiatore) del sistema che va a produrre energia elettrica. Nello scambiatore il vapore proveniente dal nocciolo cede gran parte della sua energia termica all'acqua ivi presente. Questa, a sua volta, diventa vapore ad alte pressione e temperatura che è canalizzato verso turbine gigantesche che, a loro volta, fanno girare enormi generatori di corrente alternata (che dovrà poi essere trasformata prima dell'invio nell'elettrodotto). Nella figura 5 è mostrato lo statore di tali generatori, mentre nella 6 è riprodotto il rotore. Li mostro solo per dare un'idea delle dimensioni 

Figura 5

Figura 6

 

in gioco. Ma ora torniamo al vapore che ha fatto girare le turbine. Fuoriuscito da queste, esso si dirige verso un sistema (condensatore) che serve a raffreddarlo al fine di rinviarlo sotto forma di acqua nello scambiatore. La quantità di calore da sottrarre è enorme e, spesso, non basta lo scambio semplice con una sorgente fredda naturale, come acqua di fiumi, laghi o mare (grandi masse d'acqua vengono aspirate da queste sorgenti fredde, vanno a sottrarre calore all'acqua proveniente dallo scambiatore, vengono quindi riversate di nuovo nella sorgente fredda ma a temperature superiori di vari gradi). Occorre raffreddare queste masse d'acqua prima di riversarle di nuovo nelle sorgenti fredde, facendole circolare dentro delle gigantesche torri di raffreddamento

Figura 7

 (figura 7).

                    A questo punto è possibile vedere un disegno (Figura 8) schematico dell'intera centrale (avverto però che non entro nei dettagli di ogni singola parte, ma ritrovo nel disegno i componenti ai quali ho accennato).

Figura 8

 

Iniziando dalla sinistra del disegno: il primo edificio riceve le barre di combustibile nucleare da inserire nel nocciolo che è disegnato in rosso al centro della cupola dell'edificio seguente. Nel primo edificio vengono anche provvisoriamente alloggiate in una grande piscina le barre di combustibile già utilizzate. Sotto la cupola vi sono, oltre al nocciolo, i generatori di vapore (scambiatori). Dalla cupola escono dei tubi che portano il vapore nel grande edificio parallelepipedo che segue. Il vapore entra nella turbina ad alta pressione (indicata con il n° 24) e successivamente nelle turbine a bassa pressione ( n° 25). Queste turbine fanno muovere i generatori di corrente che seguono (n° 26). Da qui la corrente passa ai trasformatori (n° 30) per poi andare nell'elettrodotto. Il vapore che esce dalle turbine a bassa pressione va invece ad essere raffreddato nel condensatore (n° 28) da dove poi torna agli scambiatori nella cupola. In accordo con quanto già detto, a parte il dimensionamento dei singoli componenti, con la sostituzione di quel nocciolo con altro generatore di calore si ha a che fare con altro tipo di centrale termica.

 

VARI TIPI DI CENTRALI NUCLEARI

                    Ho fino ad ora parlato genericamente di centrali nucleari senza ulteriore specificazione. E' ora utile entrare in un minimo di classificazione dei vari tipi di centrali nucleari in commercio.                     Le centrali più diffuse sono quelle ad acqua leggera (Light Water Reactor, LWR) che sono di due tipi, quelle ad acqua in pressione (PWR, brevetto Westinghouse) e quelle ad acqua bollente (BWR, brevetto General Electric). In tali centrali il combustibile è uranio arricchito ed il moderatore è acqua naturale.                     Vi sono poi le centrali ad acqua pesante (Heavy Water Reactor, HWR) che sono essenzialmente quelle brevettate in Canada (CANadian Deuterium-Uranium, CANDU). In tale centrale il combustibile è uranio naturale ed il moderatore è acqua pesante.                     Altro tipo di centrali è quello sviluppato principalmente in Francia, si tratta dei reattori autofertilizzanti o reattori veloci o breeders (LMFBR).                     Vi sono infine alcuni tipi di centrali sviluppate nella ex URSS che vedremo oltre, soffermandoci solo al tipo VVER 440 essendo questo il reattore di Chernobyl.                      Altre centrali hanno ormai solo un  interesse storico come quelle a gas (Magnox ed AGR), sviluppate soprattutto in Gran Bretagna. Vi sono poi reattori  raffreddati a gas ad alta temperatura (HTR), reattori di ricerca, ... ma è inutile entrare in dettagli che non aggiungerebbero nulla alla comprensione di principio.

 

CENTRALI LWR DI TIPO PWR

                    Riproduco lo schema di funzionamento di tale centrale (Figura 9) per illustrarla in breve (ne ho già parlato in precedenza perché le esemplificazioni che facevo riguardavano questo tipo di centrale).

Figura 9

 

Fatto che distingue questo tipo di reattore dal BWR è il circuito chiuso dell'acqua che dal nocciolo va allo scambiatore. Un altro circuito d'acqua, completamente separato, è quello che muove le turbine. Inoltre, l'acqua che si trova nel nocciolo, oltre ad essere ad alta temperatura è anche ad alta pressione perché, ad essa, viene impedita ogni espansione. Le dimensioni standard di un nocciolo sono di circa 5 metri di diametro e di circa 15 metri di altezza con uno spessore del contenitore di acciaio che varia dai 150 ai 300 mm. La carica di combustibile prevede circa 90 tonnellate che permettono il suo funzionamento per circa un anno. La pressione dell'acqua è intorno ai 150 Kg/cm² e la temperatura intorno ai 280 °C.

 

CENTRALI LWR DI TIPO BWR

                    Parto anche qui da uno schema di principio di questi reattori (Figura 10).

Figura 10

 

Come si vede, l'acqua a diretto contatto con il combustibile nucleare, è quella che, bollendo, fornisce il vapore che fa muovere le turbine. Altro vapore viene fornito dallo scambiatore. In questa centrale, come nell'altra PWR, l'acqua svolge due ruoli: quella di raffreddamento del sistema e quella di moderatore dei neutroni generati nella reazione nucleare.                     Uno schema più dettagliato del nocciolo di una centrale PWR, lo ho mostrato in figura 3. Mostro ora, con lo stesso dettaglio, il nocciolo di una centrale BWR (Figura 11).

Figura 11

 

Il contenitore degli elementi di combustibile è anche qui un recipiente a pressione ma con un volume triplo rispetto a quello previsto per il PWR. Un tale nocciolo ha un diametro di oltre 6 metri ed una altezza di oltre 20 metri. Lo spessore dell'acciaio di contenimento è di soli 150 mm. Carica una quantità di combustibile di circa 165 tonnellate. La temperatura dell'acqua è intorno ai 180 °C (la stessa del PWR) e la pressione  intorno ai 70 Kg/cm² (la metà circa di un PWR).

 

CENTRALI HWR DI TIPO CANDU

                     Anche qui parto da uno schema del nocciolo di un CANDU.  Cambia un poco la struttura ma il principio è il medesimo. Anche qui il vapore va ad azionare delle turbine ed è necessario un condensatore

Figura 12

per il raffreddamento dell'acqua che dovrà tornare ad estrarre calore dal nocciolo. Qui il circuito dell'acqua a contatto con gli elementi di combustibile deve essere rigorosamente sigillato in quanto contiene acqua moltro costosa, l'acqua pesante. La carica degli elementi di combustibile è circa di 130 tonnellate inserite nel contenitore che ha un diametro di meno di 10 metri, una lunghezza di circa 6 metri ed uno spessore di circa 30 millimetri. Più in dettaglio il nocciolo si presenta come in figura 13.

Figura 13

Caratteristica importante di questi reattori è che il combustibile può essere cambiato in funzione, contrariamente ai LWR che richiedono circa un mese l'anno di stop per le ricariche.

 

REATTORI RAFFREDDATI A GAS

                    Presento solo uno schema di una tale centrale, la GCR MAGNOX, che utilizza uranio naturale (in sbarre racchiuse in una lega di magnesio chiamata magnox) come combustibile,  anidride carbonica come estrattore del calore, barre di acciaio al boro come controllo e  barre di grafite come riflettore e come moderatore.

Figura 14

 

Si vede facilmente che, a parte il nocciolo ed i dimensionamenti relativi alle potenze in gioco, la struttura è ancora simile a quella delle altre centrali termiche. La carica di combustibile è di circa 350 tonnellate.

 

REATTORI VELOCI

                    In questi reattori manca un moderatore. Di conseguenza i neutroni non sono rallentati molto. Ciò vuol dire che il combustibile deve essere dell'uranio arricchito con una percentuale maggiore di Uranio 235 o direttamente del plutonio. Questi reattori sono anche chiamati autofertilizzanti perché portano simultaneamente avanti due processi: da una parte producono energia e dall'altra si fabbricano il combustibile per il futuro arricchendo dell'uranio naturale disposto appositamente a mantello intorno al nocciolo. Come sappiamo se l'uranio naturale viene colpito da neutroni veloci, si realizza la reazione nucleare che dà origine al plutonio. E, come abbiamo visto, queste centrali funzionano proprio con barre contenenti buone percentuali di plutonio. Per rendere efficiente il processo di conversione di uranio in plutonio occorre che il reattore lavori a temperature più alte rispetto a quelle di altri tipi di centrale. Queste elevate temperature fanno si che è impossibile usare acqua per il raffreddamento, poiché la pressione sarebbe molto elevata mettendo a rischio la sicurezza delle canalizzazioni. E' qui dove si usa del sodio liquido che ha la proprietà di mantenere basse pressioni ad elevate temperature. Ma ciò non basta: occorre anche che questo sodio venga fatto circolare ad elevate velocità per sottrarre tutto il calore al nocciolo. Nella figura  15 è mostrato un nocciolo di tali reattori. Si noti il mantello di uranio che, nel funzionamento, viene preparato per il successivo uso.

Figura 15

 

REATTORI VODO-VODYANOY ENERGETICHESKY REAKTOR (VVER 440) E REATTORI BOL'SHOI MOSCHNOSTY KANAL'NYI (RBMK 1000)

                    Poiché mi riprometto di trattare con un qualche dettaglio l'incidente nucleare di Chernobyl (Ukraina, ex URSS) oltre a quello di Three Mile Island (Harrisburg, USA), è necessario descrivere con un qualche dettaglio la tecnologia ex sovietica dei reattori nucleari. Si tratta di due filiere, quella dei reattori VVER che hanno nel numero, che segue la sigla, indicata la loro potenza elettrica in MW (come si vede, quindi, la potenza di 440 è circa un terzo della media delle potenze di una centrale in funzione in occidente) e gli RBMK 1000 (Reaktor Bol'shoi Moshchnosty Kanal'nyi, ossia reattori a canali di potenza elevata), tipo in funzione nell'unità 4 di Chernobyl, quella dell'incidente. Il sistema primario dei reattori VVER, mostrati schematicamente in figura 16, è costituito da 6 circuiti di refrigerazione in parallelo, ciascuno dei quali è dotato di un proprio generatore di vapore  che va ad 

Figura 16

 

alimentare due turbine collegate a ciascuna unità (Figura 17 e Figura 18). Si tratta di un reattore ad acqua in pressione che non ha struttura di contenimento (le cupole in cemento armato dei reattori precedentemente visti) ma solo una struttura di confinamento costituita da vari locali interconnessi e circondanti il nocciolo. Questo tipo di realizzazione è conseguente al massimo incidente di progetto previsto. Nelle successive versioni dei VVER (i 

Figura 17

Figura 18

1000), si è passati a più sistemi di refrigerazione (e più sofisticati) ed anche al contenimento (per reattori progettati dopo il 1983, anno in cui l'ex URSS si dotò di un organo statale centrale di sorveglianza e di nuove regole di sicurezza).                     La seconda filiera si è evoluta, a partire dagli dagli anni 50, fino ad arrivare ai reattori RBMK 1000 che debuttarono nel 1973 (Figure dalla 19 alla 22). Il corpo di tali reattori è costituito da circa 2500 blocchi di grafite, che ha il ruolo di moderatore, all'interno dei quali sono ricavate le aperture nelle quali sono

                    

Figura 19

Figura 20

Figura 21

Figura 22

 

inseriti i canali del combustibile. Tali canali, in numero di circa 1700, sono costituiti da tubi all'interno dei quali sono disposti, in due fasci di barre sovrapposti, gli elementi di combustibile che vengono direttamente lambiti dall'acqua refrigerante.
Il sistema di refrigerazione è costituito nel suo insieme da due circuiti indipendenti, funzionanti in parallelo, ognuno in grado di raffreddare una metà del nocciolo. Il reattore RBMK è dotato di un sistema di refrigerazione di emergenza, mentre non è dotato di un sistema di contenimento ma, come il VVER 440, di un sistema di confinamento compartimentato. Le unità 1 e 2 di Chernobyl erano costituite dai primi reattori di questo tipo messi in funzione.

                   

La peculiare tecnologia di tali reattori presentava, rispetto alle altre tipologie, ed in particolare rispetto alla filiera pressurizzata, una serie di vantaggi fra i quali è opportuno evidenziare:

- assenza di nuovi processi tecnologici nella costruzione,

- possibilità di incrementare la potenza con la semplice aggiunta di elementi modulari,

- carico e scarico del combustibile con reattore in funzione e quindi la possibilità di migliori prestazioni produttive.

                    Dopo svariate indagini internazionali si possono rilevare i seguenti difetti per i reattori della filiera VVER:

- insufficiente capacità di refrigerazione di emergenza nel lungo periodo;

- insufficiente ridondanza e separazione dei sistemi di sicurezza;

- assenza di un sistema di contenimento;

- insufficiente protezione dagli incendi e da altri eventi quali allagamenti, caduta di un aereo o l'onda d'urto di una esplosione.

                    La stessa filiera avrebbe invece le seguenti caratteristiche positive:

- bassa potenza del nocciolo;

- notevoli quantità d'acqua sia sul primario che sul secondario;

- semplicità impiantistica;

- possibilità di isolamento, in maniera separata, di ognuno dei circuiti costituenti il primario.

                    Riguardo alla filiera degli RBMK si possono individuare le seguenti carenze:

- instabilità dinamica del nocciolo (vibra!);

- limitata efficacia del sistema di protezione (insufficiente rapidità di inserzione delle barre di controllo);

- insufficienti caratteristiche della refrigerazione di emergenza (sistema complesso, insufficiente ridondanza);

- assenza di un sistema di contenimento (solo una parte dei circuiti primari è in compartimenti a tenuta);

- eccessiva dipendenza della regolazione e controllo dell'impianto da interventi degli operatori;

- incompatibilità chimica dei materiali presenti nel nocciolo (grafite-acqua, possibilità di produzione di idrogeno).

                    Più in generale si può aggiungere lo scarso controllo da parte di enti preposti e lo scarso addestramento del personale.

 

Bibliografia

1 - (a cura di Felice Ippolito) - Energia dall'atomo - Le Scienze "quaderni" n° 3,  dicembre 1982.

2 - M. Maggi, R. Mussapi, R. Spiegelberg - Il nucleare dell'Est - Sapere di febbraio e marzo 1993.




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30 maggio 2008
Il Rinascimento Nucleare è imperativo morale


In Italia, la nazione più colpita dall'isteria ecologista anti-nucleare, sono ancora attivi alcuni reattori nucleari. Essi sono ancora funzionanti, benché - con un eccessivo rispetto per l'esito del referendum del 1987 - non siano dedicati alla produzione di energia elettrica.
    Uno di questi reattori è il T.R.I.G.A. Mark II (l'acronimo sta per Training, Research, Isotopes, General Atomics) del Laboratorio di Energia Nucleare Applicata (LENA), presso l'Università di Pavia.

Questo è uno delle decine ( >70 ) di reattori diffusi nel mondo, principalmente grazie all'iniziativa "Atomi per la Pace" del Presidente USA Eisenhower (vedi il discorso alle Nazioni Unite dell'8 dicembre 1953 in lingua originale), concepiti per l'addestramento del personale specializzato, per la ricerca scientifica e per una più specifica attività di produzione di isotopi.

    Quando è in funzione, un reattore di questo tipo produce, sia in regime pulsato sia in regime stazionario, una "modesta" quantità di potenza (250 kW, 240-300 °C nel nocciolo) sotto forma di calore che viene dissipato (neanche questo, quindi è sfruttato), e un buon flusso di neutroni (10-15 volte inferiore a quello generalmente ottenuto negli impianti nucleari di produzione di potenza elettrica).

    In una piscina molto particolare, sotto alcuni metri di acqua che fungono da schermo protettivo e refrigerante (l'acqua è anche demineralizzata, per ridurre al minimo gli effetti di attivazione indiretta), il reattore "brucia" uranio arricchito al 20% con l'isopoto 235U, legato con idruro di zirconio, il tutto formando un composto che, per le sue caratteristiche fisiche di risposta all'innalzamento accidentale della temperatura, eviterebbe il ricorso a sistemi di sicurezza particolarmente sofisticati, i quali tuttavia sono presenti e attivi.

 

 

Perché il reattore è prezioso

 

    Il reattore del LENA è usato per quattro attività di carattere generale, ovvero

1 - ANALISI AD ATTIVAZIONE NEUTRONICA.

    Per il 40% del tempo, per condurre analisi di campioni biologici, alimentari, ambientali, forensi, ecc. per mezzo della tecnica di Analisi ad Attivazione Neutronica. Tale tecnica permette di raggiungere risultati analoghi alla più ordinaria spettrometria di massa, ma ha il grande vantaggio di essere non distruttiva. Nello specifico, il campione è, senza preparazioni preventive, immerso nella vasca del reattore, e posto ad essere irraggiato dai neutroni prodotti dalle reazioni nucleari di fissione; quindi, terminata questa fase di (radio)attivazione neutronica, esso è sottoposto a spettrometria gamma (conteggio dei fotoni ? di decadimento radioattivo, e misura della loro energia), in modo da riconoscere in esso le componenti isotopiche indotte dall'attivazione che si associano all'iniziale contenuto dei rispettivi elementi chimici, e rilevarne concentrazioni dell'ordine dei grammi su 10-100 tonnellate del materiale in esame.

    Due esempi di analisi ad attivazione neutronica riguardano la determinazione dell'origine geologica dei crateri, in cui oggi le acque si raccolgono a formare dei laghi (se le rocce del cratere contengono "molto" iridio, significa che il cratere fu dovuto all'impatto di un meteorite), e lo studio dei casi di contraffazione del Grana Padano.

2 - TERAPIE ONCOLOGICHE.

    Per il 40% del tempo, per condurre ricerche biologiche e mediche sulla Terapia a Cattura Neutronica del Boro 10B (TCNB, o in inglese BNCT), nella cura della metastasi del pancreas nel fegato. Altre quattro università europee (Olanda, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca) conducono ricerche in tal senso, ma soprattutto rivolte al controllo del tumore cerebrale (in particolare del glioblastoma multiforme). La cura prevede un irraggiamento con neutroni della cellula tumorale, dopo averle fatto assorbire in modo selettivo una molecola trasportatrice di 10B. L'incontro con un neutrone fa sì che l'isotopo del boro subisca una fissione, liberando un'energia letale per la cellula.

 

3. STUDIO DEI MATERIALI.

    Per un 10% del tempo, per condurre ricerche sulla resistenza dei materiali, soprattutto simulandone l'invecchiamento.

4. RICERCA SCIENTIFICA.

    Per il resto del tempo (10%), per condurre ricerche di fisica fondamentale.
 

Pur avendo i suoi anni (prima accensione avvenuta il 15 novembre 1965), il reattore è in ottime condizioni, grazie ad un piano accurato di manutenzione e di sostituzione programmate su base pluriannuale. Una delle sostituzioni ora in atto, è quella delle apparecchiature della cabina di controllo, compiuta in completa autonomia dal costruttore del reattore (General Atomics).

 

 

Il ritorno dell'Italia nell'Era Nucleare


    Durante la visita guidata dall'ing. Andrea Borio di Tigliole, direttore del LENA, è nata una viva discussione su alcuni punti di estrema importanza.

    Nel caso in cui, in Italia, si passasse veramente e definitivamente ad una politica nazionale tale da permettere alla nostra nazione di ritornare nell'Era Nucleare, uno dei problemi più grandi sarebbe quello della carenza degli esperti nel settore. La preparazione di uno scienziato, di un ingegnere o di un tecnico è sempre molto lunga. Sebbene, per esempio, alcune università italiane abbiano continuato a preparare ingegneri nucleari, il numero degli iscritti a tale indirizzo di studi è andato costantemente calando, a fronte di una scarsità di sbocchi professionali che ha ormai afflitto più di una generazione. E' vero che in un primo momento di questa auspicabile ripresa, ci si potrebbe avvalere anche di esperti stranieri, oltreché di personale in pensione, ma questa situazione non avrebbe le caratteristiche di stabilità necessarie sul lungo periodo.

    La politica del Governo ora in carica, è - nei confronti di una ripresa del settore nucleare e delle filiere collegate - assai discutibile, poiché nessuno tra i suoi esponenti s'è espresso in favore; quando se ne parla, addirittura, non si fa che evocare le cosiddette 'energie rinnovabili'.

    Nell'approfondire la nostre reciproche posizioni, abbiamo convenuto che un'economia basata sul nucleare e sull'idrogeno combustibile (come vettore energetico, alternativo ai derivati del petrolio) sia l'unica economia caratterizzante un futuro prospero e pacifico, per il mondo intero. Assieme ai problemi energetici, una densa diffusione di reattori nucleari sull'intera superficie del pianeta, permetterebbe di affrontare l'altro enorme problema mondiale, quello delle risorse idriche. Gli impianti di dissalazione alimentati a 'fissione', o anche a 'fusione', sarebbero la "cosa buona" auspicabile e definitiva.

    La visita s'è conclusa con l'amara constatazione per cui, mentre in Europa, in Asia, in Africa e nelle Americhe si compiono passi sempre più incalzanti verso un Rinascimento Nucleare, l'Italia rimane a dormire, lasciandosi cucire addosso i panni del "vero terzo mondo".

    Al termine della visita, che si è svolta anche sulla sommità del reattore, laddove si può osservare le barre di fissile attraverso l'acqua della piscina, siamo stati sottoposti ad un controllo a campione di contaminazione materiale, che si è associato ad una dosimetria di routine per due persone statisticamente rappresentative del nostro gruppo.
 

Segni di speranza dal Senato
 

    Pochi giorni dopo quello in cui, amareggiati, parlavamo delle sorti della penisola "denuclearizzata", e ricordavamo come l'Italia abbia tuttavia brillato per capacità innovativa anche in questo settore, il Senato della Repubblica entrava nel merito, seppur marginalmente, grazie agli interventi di alcuni senatori nella Discussione del Disegno di Legge n. 1649 ("Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 giugno 2007, n. 73, recante misure urgenti per l' attuazione di disposizioni comunitarie in materia di liberalizzazione dei mercati dell' energia").

    Accogliamo con piacere gli interventi qui riportati, sebbene evidenzino un approccio superficiale al problema della crisi economica ed energetica mondiale, poiché si "osa" sì difendere il nucleare, ma soltanto perché unico settore compatibile con gli obiettivi di riduzione dei cosiddetti gas ad effetto serra, oppure perché nella competizione creata dal paradigma liberista l'Italia (o anche l'Europa) non potrebbe reggere senza di esso.

    Già nella scorsa primavera, nell'aula del Senato la parola "nucleare" aveva risuonato, in occasione della presentazione di emendamenti ad un'altro atto (Disegno di Legge n. 691) riguardante la liberalizzazione del settore energetico. Questo disegno di legge, emendato in modo da sollecitare maggiori finanziamenti alla ricerca scientifica e tecnologica (ENEA, CNR, CESI e Istituto Promozione Industriale), e riaprire alla costruzione di centrali sul suolo nazionale (implicitamente indicata dall'espressione "centrali a combustibile nucleare localizzate in ambito comunitario") è ora passato alla Camera, e dovremo attendere almeno il mese di settembre per conoscere l'esito dello scontro tra i pochi sostenitori del nucleare e i tanti che vi si oppongono accanitamente.

 

 

L'imperativo morale


    Durante il tradizionale Angelus del 29 luglio 2007, Papa Benedetto XVI ha espresso in modo inequivocabile un appello alla ripresa del nucleare civile, quale complemento necessario alla riduzione degli armamenti atomici.

    Dopo aver ricordato il 50mo anniversario dell'entrata in vigore dello statuto dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, creata per "sollecitare ed accrescere il contributo dell'energia atomica alle cause della pace, della salute e della prosperità in tutto il mondo" (art. II), ha affermato l'urgenza di un freno alla proliferazione delle armi nucleari, da associare al progresso nell'uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare, "per un autentico sviluppo, rispettoso dell'ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate".

    Quindi ha terminato auspicando che "vadano a buon fine gli sforzi di coloro che lavorano per perseguire con determinazione questi tre obiettivi, nell'intento di far sì che le risorse in tal modo risparmiate possano essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei più poveri".
 

    Il disegno di Bertrand Russell, il quale, sempre puntando alla realizzazione dell'utopistico Governo Mondiale, negli anni Quaranta aveva suggerito il bombardamento nucleare della Unione Sovietica e negli anni Sessanta aveva adattato la sua strategia ponendosi tra i propugnatori del pacifismo anti-nucleare coerente con la guerra fredda, è sempre più messo in discussione.

    Chiedere ai Paesi poveri di non dotarsi di centrali nucleari, per evitare che confezionino anche la bomba, ha funzionato per lungo tempo;se l'equazione "centrali=bombe" continua ad avere il suo mordente da guerra psicologica, è anche sempre più evidente che si tratta di una frode.

    Chiedere ai Paesi in via di sviluppo di rinunciare integralmente al nucleare, è come imporre loro miseria su miseria; chiedere che si
concentrino sulle applicazioni civili, è altra cosa. E questo è il chiaro senso dell'appello di Papa Ratzinger.

    Coloro in preda al flirt sessantottino con il culto ecologista, dovrebbero oggi accogliere questo discorso di rottura, e riconoscere che non v'è separazione tra mondo dello spirito (delle idee, delle leggi dell'Universo, del divino, o come dir si voglia) e mondo cosiddetto concreto (dei fenomeni, delle cose, del materiale, del qui, ecc.). Non v'è, infatti, netta separazione tra naturale e artificiale.

    L'uomo è imago viva Dei; ha il compito morale di accrescere la propria scienza e il proprio dominio sulla natura, per padroneggiare sempre meglio i processi naturali e piegarli a proprio vantaggio e della natura.

    Ecco ciò che rende degna ogni attività umana che contribuisce al Bene Comune, e delegittima le altre. Ecco la "dignità dell'uomo", la cui piena comprensione durante il Rinascimento (vedi ad es. l'Oratio de Hominis Dignitate, di Giovanni Pico della Mirandola, 1486) costituì il vero centro propulsore della rivoluzione che ha liberato l'uomo dalle paludi del medioevo.

    Nella storia, è vero, non si torna mai indietro. Tuttavia, se non vogliamo sprofondare in un'epoca buia simile, è bene partecipare al Rinascimento Nucleare.

    Ora che il nucleare è ufficialmente benedetto, gli Italiani non hanno più scuse per insistere sulla strada del peccato.




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26 maggio 2008
Come definire i parametri di una politica energetica

Come definire i parametri di una politica energetica

I limiti della produzione energetica convenzionale impogono delle scelte. Per questo occorre chiarire degli obiettivi che non possono essere definiti sul semplice piano tecnico ma che si fondano sull'idea che l'umanità ha di se stessa e dell'universo.

Proiezioni ufficiali americane ed europee prevedono per il 2020 nei paesi industrializzati deficit fino al 50% di energia elettrica, anche tenuto conto di maggiore efficienza e riduzione dei consumi.

I calcoli ufficiali naturalmente non comprendono il fabbisogno energetico derivante dalla necessità di ricostruzione economica mondiale, o dalle esigenze alimentari della popolazione del pianeta. Quanta energia occorre per dissalare e distribuire l’acqua necessaria per un’agricoltura capace di sfamare almeno la popolazione del Sahel africano?

La politica energetica dei paesi avanzati prevede di soddisfare (inadeguatamente) la propria domanda aumentando il consumo di combustibili fossili. Questo comporta un ricorso sempre più frequente alle opzioni militari per garantire tale flusso, come si sta già verificando con la scusa del terrorismo internazionale.

Pertanto, nella valutazione di una politica energetica che non cada nel gioco di coloro che si considerano “proprietari” delle materie prime strategiche, proponiamo alcuni criteri di fondo:

 

A. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili

L’alternativa è trovare fonti che siano contemporaneamente più dense e più abbondanti. Con 0,57 grammi di materia prima, la fusione nucleare produrrebbe tanta energia quanta ne produce un 1 grammo di materiale per la fissione nucleare, o tanta quanta se ne produce con 30 barili di petrolio, con 6.15 tonnellate di carbone o con 23.5 tonnellate di legna.

La materia prima per la fissione non si esaurirà prima di 15000-30000 anni e quella della fusione è in pratica inesauribile, basandosi essenzialmente sull’acqua.

B. Costo sociale

Oltre al costo economico occorre prendere in considerazione il “costo sociale” della produzione di elettricità. Occorre cioè calcolare i costi totali per la produzione e consumo dell’energia nel suo ciclo completo. Questo comprende tutto il macchinario necessario per la produzione, il consumo, impatto su ambiente, salute, rumore, scorie, incidenti, ecc. Si tratta di costi reali che sfuggono alle considerazioni “di mercato”, per cui riteniamo che sia un errore fondamentale affidare il settore energetico ai privati ed alle valutazioni di borsa.

Secondi i calcoli di ExterneE (Commissione Europea), le forme di produzione e consumo di energia che hanno i costi sociali più bassi sono, nell’ordine, energia eolica, fissione nucleare e energia solare. La commissione non prende in considerazioni la fusione nucleare, ma questa si collocherebbe sicuramente al di sotto della fissione, dato che non ha problemi di scorie radioattive, impiega piccole centrali e il suo combustibile è disponibile in tutti i paesi del mondo.

 

C. Densità energetica

Secondo calcoli disponibili, in uno spazio di 150 ettari la fissione nucleare produrrebbe 1500 Mw, mentre le turbine a vento ed i pannelli solari produrrebbero solamente dai 2 ai 16 Mw. La fusione nucleare produrrebbe nello stesso spazio molta più energia della fissione nucleare.

Dovrebbe essere evidente che l’eolica e la solare, prescindendo per il momento dai problemi di qualità ed intensità, non potrebbero mai soddisfare il fabbisogno di qualunque paese, a meno che la popolazione non scompaia quasi del tutto e resti senza infrastrutture di base.

 

D. Intensità e qualità

Questo è il criterio più importante in assoluto: nella definizione della qualità energetica non si dovrebbe mai prescindere da una domanda: quale lavoro si intende compiere con tale energia?

Alcuni esempi per capire il concetto di qualità:

1) L’energia elettrica è diventata universale proprio per la comodità del suo trasporto e per la facilità con cui si converte, disponendo della tecnologia adeguata, in tutte le altre forme di energia: meccanica, termica, chimica etc.

2) Per le grandi opere infrastrutturali, specialmente in regioni impervie che la Siberia o il Tibet, o di fronte ai rischi di catastrofi naturali come terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, smottamenti, ecc. occorre energia meccanica ad altissima densità di potenza (kw/tempo/spazio) trasportabile e capace di operare in ogni condizione. Occorrono cioè macchine con motori di potenza molto elevata.

3) Per andare sulla luna non si può pensare di ricorrere a razzi basati su energia “soft” o su macchine a vapore, tali razzi non riuscirebbero mai a mettersi in orbita, non importa quanto siano grandi. Per andare su Marte in tempi ragionevoli, circa un mese, occorrerebbe in realtà un propulsore a fusione. Per andare oltre il sistema planetario dovremo sviluppare altre energie ancora più “intense” della fusione.

4) Trasformare i deserti in oasi verdeggianti è già possibile, ma occorre disporre di tanta energia per dissalare l’acqua del mare in grandi quantità e di continuo. Energia solare ed eolica non sono minimamente all’altezza. È insensato pensare che il settore in via di sviluppo possa sopravvivere con le “tecnologie da terzo mondo”, quelle del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, occorre invece stabilire quale lavoro dev’essere compiuto per salvare quelle popolazioni dall’involuzione e dal genocidio e quindi stabilire la forma di energia più adeguata allo scopo.

5) Pensiamo a sfide ancora maggiori. La probabilità che una grossa meteorite colpisca la terra è più alta di quella che un individuo ha di vincere al superenalotto.

Se dovesse davvero accadere nessun animale potrà fare molto, ma nemmeno una società che ha deciso di accontentarsi delle energie “soft”. In tal caso possiamo immaginare un Presidente che vada alla televisione e dica: “Cari cittadini, è stata avvistata una meteorite in rotta di collisione con la Terra, potete seguire l’evento su Internet e partecipare ai diversi chats! Non abbiamo i mezzi per fare qualcosa. Buona fortuna.”

Qualsiasi tentativo di intercettare la meteorite fuori dall’atmosfera con ordigni nucleari o laser richiede tecnologie spaziali e la disponibilità di energia a densità elevatissime, piaccia o non piaccia.

6) Portiamo l’esempio al limite (il metodo preferito di Einstein) in maniera tale da porre meglio in rilievo i limiti delle energie conosciute ed i parametri per stabilire quale sia l’energia migliore.

Gli astronomi ci dicono che il sole, la fonte primaria di energia per la vita sulla terra , in x milioni o miliardi di anni aumenterà di volume, e di conseguenza la temperatura sulla terra salirà tanto da eliminare ogni forma di vita.

Se si vuole che la vita, nella forma sviluppatasi sulla Terra, abbia una qualche possibilità di “sopravivere” occorre, sin da oggi, studiare come:

a) “raffreddare” il sole, prolungandone la vita. (Questo implica una più profonda comprensione della fusione nucleare che opera all’interno del sole).

b) colonizzare progressivamente i pianeti delle orbite più esterne del sistema planetario ed eventualmente abbandonare il sistema planetario stesso, alla volta di habitat più ospitali.

Quale energia è adeguata a progetti del genere? E quale energia è più adatta a “conservare la Biosfera”? In questo contesto si capisce anche perché la colonizzazione del nostro sistema planetario sia un vero e proprio imperativo. Non si tratta di fantascienza, o dell’hobby di pochi fortunati alla NASA, ma è qualcosa che influisce direttamente sulla vita quotidiana: basti anche pensare alle enormi ricadute che il progetto Apollo ha avuto sull’economia civile o il fatto che il primo reattore ad alta temperatura raffreddata a gas, l’HTR di Fort St. Vrain (Colorado) nel 1974 si basava su un progetto della NASA per un propulsore capace di portare l’uomo su Marte.

Gli esempi sopra elencati mostrano inoltre come la scelta di un’energia non sia mai solamente di natura “tecnica”, ma di natura scientifica e morale. Se si sceglie di restare sulla Terra, accontentandosi del vivacchiare quotidiano, senza porsi quesiti che riguardano il futuro dell’umanità, è chiaramente inutile discutere di “intensità” energetica. Il problema con cui la società sta facendo i conti è l’affermarsi di una cultura “esistenzialista”, pessimista, una cultura da “fin de siecle”: tutto è permesso nella società dello spasso a tutti i costi, mentre il mondo sprofonda tutt’intorno.

La cultura della morte (della riduzione demografica forzata, dell’eutanasia e della indifferenza sociale) sta prendendo il sopravvento sulla vera cultura della vita. La rinuncia alla propria umanità passa tra l’altro in quel diffuso timore dei “pericoli della sovrappopolazione e del progresso” con cui viene condizionata la popolazione generale, mentre per gli strati oligarchici questo passa per l’utopia di un mondo ridotto ad una decina di milioni di persone ma con infinite riserve di caccia, parchi, castelli e balli in maschera.

Ad accomunare qui una popolazione demotivata e l’oligarchia che la controlla è l’incapacità di capire che la crescita demografica non è il diavolo, ma una “legge di natura”, la stessa legge che spinge a sviluppare soluzioni veramente creative nell’ambito della specie umana e della biosfera presa come un tutto. Quest’ultimo punto richiede qualche ulteriore chiarimento.

 

Densità demografica e densità energetica

 

Un organismo vivente, pur essendo qualitativamente diverso da processi chimico-fisici, deve essere sempre studiato e misurato in rapporto al mondo inerte che trasforma e con cui scambia flussi di energia e materia. In questo contesto occorre chiarire due punti.

1) Si dice spesso che una cellula “mangia” energia. In realtà una cellula “lavora” producendo un surplus netto utilizzato per riprodursi, espandersi e diversificarsi in maniera via via più complessa. Questo è l’unico modo in cui la vita riesce a conservarsi.

Un’applicazione di bilanci energetici al processo vivente che prescinda dalla qualità del lavoro fatto grazie a quel consumo di energia porta conseguentemente a conclusioni errate.

Ad esempio, nel processo di fotosintesi, una cellula vegetale trasforma l’energia solare per costruire materia organica stabile (carboidrati e poi proteine, lipidi etc.) e poi un surplus di biomassa. Ad un normale bilancio energetico questo risulta un processo altamente inefficiente. Ad esempio, un ettaro di foresta ha una produzione netta annuale (oltre ciò che consuma direttamente) di circa 12 tonnellate di biomassa, che corrisponde a 230 kJ, o allo 0,5-0,8% dell’energia solare irradiata su quella superficie. In realtà la cellula, o la pianta, non solo si assicura da mangiare, non solo produce per le future generazioni, ma compie anche lavoro indispensabile nell’universo fisico come un tutto, elevando la “qualità” dell’energia. Per comprendere questo occorre tener presente che in un pianeta senza vita il flusso di energia solare si riflette quasi totalmente nel cosmo sotto forma di calore. Ed il calore è considerato in fisica come una “cattiva” forma di energia (l’entropia) che tende ad accelerare la “morte” dell’universo. Invece, la biosfera terrestre, trasformando in biomassa parte del flusso solare, opera un “raffreddamento”, compie cioè un’azione nettamente anti-entropica.

2) La tendenza alla riproduzione in un organismo è indipendente dall’energia, ma il suo conservarsi, il tasso di riproduzione, dipendono invece dalla qualità e quantità del flusso energetico! È possibile calcolare abbastanza precisamente il numero di animali “adatti” a vivere in base ad un dato quantitativo di energia e di materia, e nessuna specie animale può essere in “sovrappopolazione” rispetto a tali condizioni calcolate. Ma flussi di energia e materia, in quanto parte del mondo inerte, tendono col tempo a degradarsi, andando verso un aumento di entropia. Quindi una popolazione di organismi viventi che non facesse nient’altro che “adattarsi” passivamente a tale flusso energetico, lo seguirebbe verso la morte per entropia. Per dirla con uno slogan: crescere, modificarsi, migliorare l’energia o soccombere.

Infatti, spostando l’attenzione dalle singole specie all’intero complesso degli organismi viventi, sul lungo periodo notiamo che in realtà invece di adattarsi, la vita opera una trasformazione crescente dei flussi biogeochimici della terra, una trasformazione che ha reso la Terra sempre più adatta all’esistenza e allo sviluppo della vita nella sua totalità, attraverso la formazione di nuove atmosfere, oceani, nuove biomasse, e soprattutto nuove specie!

In altre parole la vita si evolve esclusivamente solo perché può qualitativamente migliorare ed aumentare la densità del flusso di energia nell’insieme composto da materia vivente e materia inerte, e cioè nella Biosfera. Tale processo di incremento e miglioramento del flusso è possibile solo con l’aumento e la diversificazione della popolazione biologica. Considerando così la storia del nostro pianeta, osserviamo come questo processo, abbia raggiunto un suo massimo, assestandosi brevemente ad un certo livello, per poi ricominciare a svilupparsi quando ha cominciato ad operare il potere mentale e spirituale, realizzato come lavoro, di quella “strana specie” che è l’umanità.

 

Ecologia umana

 

Diversamente dalle specie animali, la specie umana in effetti è sempre vissuta al di sopra del limite “ecologico”, ha sempre avuto un grado di sovrappopolazione rispetto ai flussi energetici della semplice biosfera, ed ha continuato ad aumentare la qualità e la quantità della popolazione proprio perché, la società umana non opera come una semplice specie animale, ma in maniera più simile a come opera la vita stessa. La specie umana continua la via tracciata dalla vita (caratterizzata da incrementi demografici legati alla capacità di incrementare flussi energetici), ma al contempo la allarga e migliora, cambiandola di natura, in modo da poter superare quei limiti che la vita biologica da sola non potrebbe mai superare. Insomma quella umana è la specie che a differenza di ogni altra è capace di comprendere e farsi attivamente interprete dell’“intenzione” stessa della vita.

Invece i modelli ecologici classici che studiano i problemi demografici presumono una biosfera come uno sistema biologico in equilibrio, come un lago alimentato da un flusso costante di acqua, poi introducono dall’esterno il “fattore uomo”, come se si buttasse nel lago uno pesce impazzito ed affamato che divora tutto e tutti. Infatti la cultura vigente spesso descrive l’uomo come “distruttore”, fin dal momento che ha scoperto l’energia del fuoco ed ha acquisito la capacità di vivere in tutte le parti del mondo.

La cosa ovvia sarebbe invece accettare il fatto che l’uomo, con tutte le sue proprietà, per quanto “strane” possano sembrare, non rappresenta nient’altro che “la natura”. Ma a questa “natura”, vera ed universale, stanno davvero strette le teorie materialiste chimico-biologiche che gli imbastiscono addosso gli accademici. In realtà con l’apparizione dell’uomo, il cosiddetto “stato di natura” di cui parlano gli ecologisti non esiste più, se è mai esistito. Pertanto, invece di essere un’“aberrazione” del processo, l’uomo è piuttosto la rivelazione, l’espressione di una qualità nell’universo più ampia, bella e complessa della semplice natura fisica e biologica. L’uomo, fatto ad immagine divina, rivela uno stato nuovo e superiore della biosfera, quello stato che Teilhard de Chardin e Vernadsky chiamarono la “noosfera” ( noos = mente): cioè la biosfera il c

Quindi una “ecologia umana” deve sicuramente respingere il concetto di un’economia lasciata al solo gioco del mercato, i cui calcoli non sono in grado di tener conto dei costi reali: non solo quelli della semplice conservazione ma anche quelli dello sviluppo della biosfera a livello planetario! Ma al tempo stesso occorre evitare di identificare l’attività economica dell’uomo come un semplice “mangiarsi l’energia” o dare fondo alle riserve energetiche della biosfera. I parametri ecologici derivati dallo studio di popolazioni animali non sono applicabili al nuovo complesso della noosfera.

Come la vita stessa, la società umana non si limita a consumare energia, ma effettua anche lavoro, o almeno dovrebbe, per la noosfera come un tutto. È utile ricordare qui gli esempi sopra fatti sulla capacità esclusivamente umana di impegnarsi a salvaguardare la vita in vista di catastrofi di ordine planetario.

L’umanità sta recuperando alla vita quella dimensione dello spazio e del tempo che le erano originari. Siamo capaci di considerare eventi nell’ordine di grandezza di miliardi di anni e miliardi di miliardi di chilometri, pensiamo perfino in termini di infinito e di eterno. Non resta che seguire questo “impulso” umano, certamente controllando i facili entusiasmi, le distorsioni e gli egoismi oligarchi interessati solo ad aumentare il potere dell’uomo sull’uomo, ma anche vincendo i timori dovuti alla sensazione di operare nel contesto di qualcosa o qualcuno più grande di noi, vincendo le paure derivate dal fatto che ogni vero passo in avanti fa intravedere un orizzonte più ampio e ancora nuove vette da scalare.

Da questo punto di vista, cos’è più meschino dell’assioma maltusiano secondo cui: “se riduciamo il numero di persone tutto funziona”. Se le risorse fossero finite, come si dice, allora anche un numero piccolo di persone finirebbe per esaurirle, entro un arco di tempo finito.

Riorientando invece produttivamente il dibattito su come ridare impulso alle vere scoperte scientifiche vedremo delinearsi chiaramente il paradosso che se la scoperta scientifica è la base della espansione demografica, allo stesso tempo l’incremento della popolazione è stimolo e base della capacità di sviluppare e applicare nuove scoperte scientifiche.




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22 maggio 2008
Beppe Grillo e la censura

Beppe Grillo, che prospetta il cambiamento, è in realtà una nuova versione del solito andazzo all’italiana, fatto di inganni e apparenze. Il suo blog è tutt’altro che trasparente, tutt’altro che onesto e, pertanto, non si capisce da quale pulpito possa richiedere trasparenza e onestà ad altri, in prevalenza alla classe politica contro la quale rivolge le sue proteste. Grillo usa quindi la calunnia sistematica come principale strumento di propaganda per ottenere il consenso che gli procura numerose adesioni; la sua organizzazione, per diversi aspetti, è simile ad una vera e propria setta.

Una censura metodica, applicata sia nel blog che nel Meetup di Beppe Grillo, fa sì che la realtà venga pesantemente distorta. Il visitatore che accede al blog o al Meetup di Beppe Grillo non legge mai tutti i commenti postati, bensì solo una parte, quella prevalentemente favorevole al pensiero di Beppe Grillo. Grazie a questa vera e propria falsificazione della realtà, viene così data l’impressione del consenso quasi univoco.

Prove di censura salvate:

Beppe Grillo, i suoi complici e l’omertà di massa

Esempi di censura praticata nel Meetup di Beppe Grillo …

Beppe Grillo: da censurato a censuratore

Beppe Grillo è riuscito, grazie ad una raffinata serie di misure, ad allontanare dal suo blog e dal Meetup le voci più critiche o non allineate, attirando e poi selezionando con questo metodo intorno a se le persone più devote a lui …

Il Meetup di Beppe Grillo e la censura metodica
Il blog di Beppe Grillo e la censura metodica

Recente esempio di censura nel Meetup di Beppe Grillo:

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ciao a tutti, è da oggi pomeriggio che cerco di postare sul message board nazionale ma i miei post semplicemente non appaiono, sono come bannato anche se non appaio bannato. Su meetup non mi era ancora successo.

la storia:

oggi primula rossa apre un post provocatorio contro chi si lamenta della censura, ma si attira contro praticamente la totalità dei presenti on-line, molti evidenziano il fatto che nella “policy” di post moderator è scritto che non saranno tollerati comportamenti offensivi o che inibiscono la partecipazione di altri utenti del forum, primula rossa ha speso 5 su 5 pagine di thread in un crescendo di insulti e provocazioni che però non hanno sortito nessun effetto negli altri partecipanti della discussione, che non raccolgono le provocazioni, ma non hanno sortito nessun effetto nemmeno su post moderator che è stato semplicemente a guardare, i partecipanti della discussione chiedevano come mai gli insulti di primula rossa non fossero moderati mentre la moderazione colpisce duramente gli altri iscritti. primula rossa evita di rispondere alla domanda ripetutamente presentatogli e anzi offende ancora di piu, poi alcuni interventi lo mettono in difficoltà ed evidenziano controsensi e contraddizzioni continue nei suoi scritti, a un certo punto post moderator cancella alcuni post degli avversari di primula rossa, al che io riesco a salvare uno screen shot di un mio post che non conteneva niente di sconveniente anzi inchiodava primula rossa, e nonostante mi fossero cancellati i successivi post poche frazioni di secondo dopo averli visti apparire, riesco a editare un mio post indietro e inserire la foto dello screebshot probante, il moderatore intento a cancellare altri partecipanti non se ne accorto e alcuni lo hanno potuto vedere. Quando ho postato il link della prova in un altro thread di Alessandra Zeta dopo due minuti hanno cominciato a scomparire tutti i thread conteneti le prove e alcuni altri a questi collegati.

Dopodiche mi sono accorto di non riuscire a postare proprio piu nulla, mentre calava il silenzio sul board.

il primo link di QUESTA pagina era la discussione che è stata cancellata, ora non porta piu a nulla e non si puo accedere nemmeno alla memoria cache.

ps: devo postarlo qua per evitare la censura

Edited by michele morini on Apr 20, 2008 at 5:27 PM

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Link testimonianza

(Il commento di Michele Morini è già stato cancellato: ma guardate la foto / screenshot qui sotto (il commento cancellato veniva subito dopo la scritta “Edited by jack rothschild on Apr 20, 2008 at 4:14 PM”) …

Screenshot del commento

Le prove salvate dei threads ai quali si riferiva Michele Morini:

Sulla moderazione di questo board - Beppe Grillo - 4562527 - Google Search

V2DAY - Beppe Grillo - 4559235 - Google Search

Tutto ciò si sta verificando quotidianamente, sia nel Meetup che nel blog di Beppe Grillo, nel quasi totale silenzio complice e omertoso di quasi tutti gli altri partecipanti del forum, nonostante nel blog vi sia scritto (e quindi falsamente garantito) quanto segue:

“il blog di Beppe Grillo è uno spazio aperto a vostra disposizione, è creato per confrontarsi direttamente. L’immediatezza della pubblicazione dei vostri commenti non permette filtri preventivi. L’utilità del blog dipende dalla vostra collaborazione per questo motivo voi siete i reali ed unici responsabili del contenuto e delle sue sorti.”




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21 maggio 2008
Ma quale dialogo. Al paese servono riforme impopolari

Queste prime settimane della nuova legislatura ci regalano, come tutti i commentatori dicono, con una quasi sempre malcelata soddisfazione, un clima nuovo nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama. A dire il vero, se non fosse per l’arrogante rozzezza dell’improponibile Torquemada di Montenero di Bisaccia, le aule del Parlamento iniziano ad assomigliare a quei noiosissimi ed inutili club inglesi esclusivi, dove mentre si discuteva  amabilmente di caccia alla volpe e di cricket gli aerei tedeschi bombardavano Londra, e dove come diceva W. Churchill, chi aveva qualcosa da dire taceva e chi non aveva niente da dire parlava. 

A me sembra piuttosto una melensa manfrina, nella quale ciascuno, per ragioni diverse, sente il bisogno di legittimarsi agli occhi degli interlocutori: il Governo per affermare che i berluscones possono essere sdoganati e finalmente acquistare dignità istituzionale, il Presidente Berlusconi che così incassa l’endorsement di Celentano (Mieli non avendone azzeccato uno negli ultimi 10 anni, si affida al Molleggiato. Che brutta fine il Corriere!), il Presidente della Camera che ha dovuto citare, nel suo discorso di insediamento, decine di volte il 25 Aprile ed il 1 Maggio per prendere le distanze da non so poi quale oscuro passato, il capo del maggior partito di opposizione (come a lui piace essere chiamato) che dice "dialogate con me sono io l’interlocutore", per rintuzzare gli attacchi dei dalemiani e delle opposizioni interne e per non finire triturato dalla pesante sconfitta elettorale. Persino il nuovo sindaco di Roma ha avuto bisogno dalla legittimazione di qualche nano e ballerina di sinistra, per potersi sentire nel pieno delle sue funzioni (si parla di Venditti nella commisione Attali per il Comune di Roma, mentre Pluto e Paperino, notoriamente di sinistra, devono dare ancora la loro disponibilità, la Ferilli ha già declinato).

La situazione diviene ancora più paradossale se dalla ricerca del dialogo si passa ai presunti contenuti del dialogo stesso. Mentre la benzina sale a quota 1 euro e mezzo al litro, la bolletta energetica esplode e il prezzo del pane ha raggiunto livelli da assalto ai forni di manzoniana memoria, ci si compiace perché finalmente c’è apertura tra maggioranza e opposizione sulla Rai e presumo relative poltrone. Comunque niente paura, come dice Juncker, il problema dell’inflazione galoppante si può risolvere aumentando ulteriormente la tassazione sui mega stipendi di alcune decine di top manager (?‘!). Mentre i pensionati e le famiglie monoreddito sono alla spasmotica ricerca di ogni genere di sconto tra un supermercato e l’altro, volti soddisfatti vagano nell’emiciclo, perché si sta creando una piattaforma condivisa sulle riforme dei meccanismi parlamentari e la riduzione del numero dei deputati e senatori. Per non parlare delle convergenze by-partisan che si dice si vanno delineando sulla pubblica amministrazione e i cosidetti fannulloni: abbiamo infatti appena scoperto dal nuovo ministro della Funzione Pubblica, con la conferma puntuale dei sindacati, che i meccanismi per punire chi non lavora nel settore pubblico già esistono e hanno portato alla bellezza di 72, dico  settantadue! licenziamenti nel 2006. Lascio al lettore il calcolo della percentuale sul totale dei dipendenti pubblici pari a 3 milioni e mezzo. 

Ma cerchiamo di essere seri, su che cosa si deve dialogare. La situazione del Paese è talmente seria e grave e strutturalemente in stato di avanzata decomposizione, che richiederà il cambiamento di stili di vita, la demolizione di rendite e corporazioni, riforme strutturali complesse ed impopolari. Ma quale dialogo si pensa di poter intavolare, quando si inizierà finalmente a tagliare la spesa pubblica corrente (perché è questo che si deve fare) per finanziare il taglio delle tasse, unico modo serio per rendere più competitivi i salari e gli stipendi. Ma quale dialogo ci sarà, quando si dovrà rimettere mano (perché è questo che si deve fare) alla riforma delle pensioni portando velocemente (un superscalone) l’età pensionabile a livelli europei, per poter finalmente avere pensioni dignitose per tutti. Ma quale dialogo ci sarà quando qualcuno si deciderà (perché è così che si puniscono i fannulloni) a bloccare il turn-over nella pubblica amministrazione, riportare l’assenteismo ai livelli delle aziende private e limitare i distacchi sindacali, curiosa anomalia tutta italiana. Ma quale dialogo ci sarà, quando si sarà costretti a sgomberare con la forza i no-tav, per iniziare finalmente i lavori in Val di Susa ed evitare di continuare ad essere gli zimbelli d’Europa,  o quando bisognerà usare fermezza per aprire discariche e progettare termovalorizzatori per lavare l’onta dei rifiuti di Napoli oppure iniziare i lavori di nuove centrali nucleari per avere la possibilità di avere per i nostri figli una bolletta energetica più vicina ai cugini francesi. 

La legittimazione al fare, a realizzare il programma, l’hanno data i cittadini-elettori un mese fa, non serve quella dell’opposizione o delle corporazioni. Gli elettori sono stati chiari, il mandato è inequivocabile. Il dialogo è un accessorio, serve invece prendersi le proprie responsabilità, avere coraggio e determinazione al servizio del Paese. Meno Richelieu a Palazzo Chigi e più foto di Margaret Thacther.




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14 maggio 2008
Fazio e Travaglio: il fascino delle manette in tivvù

Fabio Fazio sta simpatico a molti, la sua trasmissione è seguita e apprezzata, e anche chi non lo ama ammette che ci sa fare. Eppure questa ultima vicenda che lo vede protagonista per aver invitato Marco Travaglio, mostra che il suo modo di intendere la televisione non è convincente e che lui non è in buona fede.

Fazio si affanna per dimostrare che la puntata in cui Travaglio ha accusato il presidente del Senato, Schifani, di aver avuto amicizie mafiose (che questi "amici" fossero mafiosi lo si è scoperto solo 18 anni dopo e infatti Schifani non è mai stato neppure sfiorato da sospetti da parte dei magistrati, ma questo Travaglio non lo ha detto), non era frutto di un complotto.

Glielo concediamo volentieri, ma non è questo il punto. Quello che semmai andrebbe spiegato è perchè Fazio invita continuamente Travaglio nella sua trasmissione anche sapendo perfettamente che poi dovrà scusarsi per le sue sparate.

Travaglio non è un oscuro giornalista in possesso di verità scomode e inconfessabili che viene tenuto ai margini del circuito mediatico. Travaglio è la star assoluta di questo circuito: vive di ospitate fisse in decine di trasmissioni, scrive su giornali, settimanali, mensili, pubblica libri di successo, se accendete la radio sentirete la sua voce, insomma è ovunque presente con quel suo birignao giustizialista e l'aria da vittima inascoltata e censurata.

Se Fazio lo porta nella sua tramissione è perchè gli piace e gli piace che dica le cose che dice: non c'è bisogno di immaginare un complotto, la cosa è più semplice: sono della stessa pasta, vibrano delle stesse indignazioni, sono nella stessa combriccola: Fazio ha imparato a metterci un po' più di stile, visto che è impiegato Rai, ma la differenza si ferma qui.

Fazio non chiama Travaglio in trasmissione in nome - come dice - della libertà di parola di tutti, ma solo di quella dei suoi amici e sodali (lui si limita ad ammettere che "ogni conduttore ha i suoi gusti"). E quando offre al presidente del Senato - facendo finta di scusarsi davanti al suo pubblico - l'occasione di venire "a chiarire tutto" nella sua trasmissione, dimostra la stessa attitudine di Travaglio: se Schifani è innocente come dice, venga a chiarire la sua posizione davanti al pubblico ministero televisivo del bene e del giusto incarnato dai fazio e dai travaglio. E' di Schifani l'onere della prova: la tivvù ha fatto il suo dovere puntando il dito accusatore contro il reprobo davanti a milioni di spettatori, ora sta a lui difendersi, se vuole, in una puntata da definire...

Le cose non funzionano così, anche perchè da Fazio non ci ricordiamo di nessuno venuto - sempre in nome della libertà di parola di tutti - a chiedere conto, chessò, a D'Alema di come pensasse di "avere una banca", o a Prodi dei suoi "amici" che - secondo la procura di Catanzaro - facevano affari tra San Marino e Bruxelles.

No, con Fazio, Travaglio, Santoro e tutti gli altri, la musica è sempre la stessa.

Adesso tutti dicono che è meglio non fare di costoro dei martiri: sarà anche giusto, ma neppure degli intoccabili...




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11 maggio 2008
CHE GUEVARA HORROR PICTURE SHOW

VERITA’ SCOMODE

«La differenza fra Che Guevara e Pol Pot è che il primo non ha studiato a Parigi».

Antony Daniels

CHE GUEVARA HORROR PICTURE SHOW
di Jay NORDLINGER (*)

Titolo originale: “Che Chic. It’s très disgusting”.
Traduzione dall’inglese di Barbara Mennitti.

A volte ho la sensazione che Che Guevara sia ritratto su più oggetti di Topolino. Parlo di magliette e simili (ma soprattutto magliette). Un artista ha avuto l’ispirazione di combinarli: ha messo le orecchie di Topolino su Guevara. Non deve piacere molto ai fans di quest’ultimo. Il mondo è inondato da accessori del Che ed è un’offesa continua alla verità, alla ragione e alla giustizia (un bel trio). I cubani-americani rimangono sconcertati da questo fenomeno, come altre persone dotate di un po’ di decenza e di consapevolezza. Una reazione contro la glorificazione del Che esiste, ma è minima se paragonata al fenomeno stesso. Un cambiamento di tendenza contro Che Guevara richiederebbe una rieducazione massiccia, cosa che il vecchio comunista apprezzerebbe molto.

I suoi gadgets si trovano nei posti più insospettabili. Ma forse la cosa non è poi così sorprendente. La New York Public Library ha un negozio di articoli da regalo dove, fino all’altro giorno, vendevano un orologio con la faccia del Che e la parola “Revolution”. La pubblicità diceva: «La rivoluzione è uno stato permanente con questo intelligente orologio con la classica immagine romantica di Che Guevara, intorno alla quale gira (revolves, ndt) la parola “rivoluzione”». Veramente intelligente. Che una delle più prestigiose biblioteche del mondo debba vendere un articolo che decanta un brutale criminale non era niente di nuovo, ma alcuni cubani-americani, e pochi altri, hanno reagito. Avendo saputo dell’orologio, molti hanno scritto alla biblioteca, implorando i suoi funzionari di rientrare in sé. Un cubano-americano, cercando di fare leva sulle vecchie sensibilità americane, scriveva: «Vendereste orologi con le immagini del Gran Dragon del KKK?”». Ricordò anche che la Cuba comunista, che Guevara contribuì enormemente a fondare e modellare, è particolarmente dura con i bibliotecari. Il movimento delle biblioteche indipendenti è stato brutalmente represso e alcuni dei più autorevoli prigionieri politici provengono da quel movimento.

E però non c’è praticamente alcuna solidarietà fra i bibliotecari del mondo libero e i bibliotecari di Cuba, o aspiranti bibliotecari. Un anno fa il sostenitore dei diritti civili Nat Hentoff “ha rinunciato” - parole sue - al premio conferitogli dall’American Library Association, perché l’istituto trattava freddamente i cubani, preferendo parteggiare per l’amato tiranno “socialista”, Castro. In ogni caso, proprio prima di Natale la New York Public Library ha ritirato l’orologio, senza rilasciare nessuna dichiarazione.

La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argentino che prestò servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame perché dirigeva le esecuzioni sommarie a La Cabãna, la fortezza che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto El Paredón, il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre, istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini - dissidenti, democratici, artisti, omosessuali - soffrivano e morivano. Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto Fontova, descrisse Guevara come «una combinazione fra Beria e Himmler». Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: «La differenza fra [Guevara] e Pol Pot era che [il primo] non aveva studiato a Parigi».

E tuttavia, uno degli uomini più illiberali viene esaltato dai “liberal”. Come Paul Berman recentemente ha riassunto su Slate: «Il Che era un nemico della libertà ed è stato eretto a simbolo della libertà. Ha contribuito ad istituire un sistema sociale ingiusto a Cuba ed è stato eretto a simbolo della giustizia sociale. Si è schierato per le antiche rigidità del pensiero latino-americano in versione marxista-leninista ed è stato esaltato come un libero pensatore e un ribelle».

Quelli che conoscono, o ai quali importa, la verità su Guevara, hanno spesso la tentazione di abbandonarsi alla disperazione. Il sito web del nostro National Institutes of Health lo descrive in questo modo: un «fisico e combattente per la libertà argentino». Guevara era un fisico più o meno come Ceausescu era un chimico. Per quanto riguarda il combattente per la libertà… ancora una volta la tentazione di abbandonarsi alla disperazione è forte.

E tuttavia, i cubani-americani e i loro amici non cedono del tutto, come abbiamo visto per la New York Public Library. Ecco un altro caso: non molto tempo fa la Burlington Coat Factory, un gigantesco rivenditore di abbigliamento, ha lanciato uno spot televisivo con un teenager che indossava una maglietta di Guevara. Il titolo dello spot era - sentite questa! - “Valori”. Gli anti-comunisti hanno organizzato boicottaggi, picchettaggi, hanno scritto lettere e l’azienda ha ritirato la maglietta, ma non prima di aver definito gli attivisti “provocatori”, “fanatici” e “estremisti”. (L’azienda deve modernizzarsi: il termine castrista preferito per i democratici e i sostenitori dei diritti umani è gusanos, “vermi”).

Intanto, a Los Angeles, un negozio chiamato La La Ling, vende una maglietta con Guevara per bebè; anzi, in realtà è una tutina. La pubblicità dice testualmente: «Consigliato dalla guida allo shopping delle vacanze del Time Magazine, “Viva la revolution [sic]!” Ora anche i più piccoli ribelli possono esprimersi con questa fantastica tutina. Questa classica icona di Che Guevara è disponibile anche su magliette a maniche lunghe in taglie da bambino… Lunga vita al ribelle dentro di noi… non c’è un’icona più cool di quella del Che!».

Chi potrebbe obiettare? Nonostante le proteste, il negozio ha tenuto duro. Il suo proprietario ha detto al Sun-Sentinel della Florida: «[La tutina] è uno dei nostri articoli più venduti. In questo momento l’immagine del Che è semplicemente trendy… Non credo che la maglietta venga comprata per la politica attuata da Guevara. Ho un negozio per bambini e ai miei occhi si tratta solo di una maglietta».

Gradi di colpa

Proprio qui sono racchiuse alcune delle questioni chiave. Sembra ovvio che alcune persone sappiano cosa stanno esaltando e altre no. Essendo cresciuto ad Ann Arbor nel Michigan, ho visto molto spesso la faccia del Che e, nella stragrande maggioranza dei casi, quelle persone sapevano cosa stavano facendo: apprezzavano le posizioni di Guevara. Altre sono totalmente inconsapevoli. Altre ancora sono forse semi-inconsapevoli e vogliono esprimere semplicemente sdegno o provocazione o palesare il proprio anticonformismo. (In realtà ad Ann Arbor indossare il Che significava conformarsi). L’attrice Margaret Cho si è fatta ritrarre in posa alla Guevara per il suo “Cho Revolution” tour. Il pugile Mike Tyson si è fatto tatuare Guevara sul torso, quando si è sentito vittima di torti. E l’estate scorsa, si poteva trovare il Che alla fiera dello Stato del Minnesota: era ritratto con i semi. (Come, non avete mai sentito parlare di arte dei semi?)

Una delle più nauseabonde recenti celebrazioni di Guevara ha avuto la forma di un film, The Motorcycle Diaries, il cui produttore esecutivo era Robert Redford (uno dei più devoti apologeti di Castro che esistono a Hollywood, non so se mi spiego). Al Sundance Festival il film è stato accolto da una standing ovation. Per commentare questa disgustosa agiografia e distorsione, mi limiterò a citare Tony Daniels: «È come se qualcuno facesse un film su Adolf Hitler descrivendolo come un vegetariano che amava gli animali e voleva combattere la disoccupazione. Sarebbe tutto vero, ma piuttosto poco pertinente». Sta per uscire un altro film su Guevara, diretto da Steven Soderbergh. Possiamo immaginarne il contenuto dal materiale pubblicitario: «Combattè per il popolo». Ma certo. Di recente un importante cubano-americano ha pranzato con un attore famoso e potente per discutere la possibilità di fare un film, che raccontasse la verità su Guevara. L’attore era completamente d’accordo, ma diceva che semplicemente non si poteva fare: Hollywood non lo avrebbe permesso.

A parte le proteste o i boicottaggi occasionali, c’è un po’ di reazione alla moda Guevara: in forma di magliette o contro-magliette, se preferite. (Sì, in un certo senso l’anti-comunismo è contro-culturale). Su una maglietta c’è l’immagine di Guevara barrata da una linea diagonale e le parole «I comunisti non sono cool». Su un’altra c’è Guevara in un mirino (violento, troppo nello stile del Che). Su un’altra ancora, sotto l’immagine, c’è la scritta: «Non ho idea di chi sia questo!». Su una quarta maglietta c’è un campo di esercitazione con Guevara ornato di strass e la scritta «Liberache» (ache: dolore, ndt).

Il Centre for a Free Cuba di Washington D. C. produce una maglietta molto più seria. Davanti c’è Guevara con la scritta Cuba libre nei capelli; dietro sono elencati i prigionieri politici cubani, comprese le loro condanne. In Francia lo straordinario gruppo Reporter senza Frontiere ha preso un’immagine molto nota in quel paese: un poliziotto che brandisce un manganello e uno scudo. Ma, al posto della faccia del poliziotto, c’è quella di Guevara con sotto la scritta: «Benvenuti a Cuba, la più grande prigione per giornalisti del mondo». Una donna, Diane Díaz Lopez, si è opposta: è la figlia di “Korda”, il defunto fotografo cubano che scattò “l’immagine iconica” del Che. Pare che sia una marxista a oltranza. Ha portato in tribunale Reporter senza Frontiere e ha vinto. Così hanno dovuto abbandonare quella particolare tattica.

Fra rabbia e tristezza

Alcune persone conserveranno sempre un sentimento romantico per Guevara e per la rivoluzione cubana. Per loro Guevara era un vero uomo, non una pappamolla liberal, uno intransigente: con una volontà così pura da fare quello che era necessario. Un anti-comunista che conosco ha chiesto a una sua amica perché ammirava Guevara. Gli ha risposto: «Non si è mai venduto». Frank Calzón, direttore esecutivo del Center for a free Cuba, dice: «Sì, Guevara era “coraggioso” e “impegnato”. Anche molti rapinatori di banche lo sono». Prima della guerra in Iraq, ho chiesto a Bernard Kouchner, il grande filantropo e politico francese, come mai molti dei suoi compatrioti sembravano entusiasti di Saddam Hussein. Mi ha risposto che il loro entusiasmo per Saddam era simile al loro attaccamento al Che: un modo per esprimere anti-americanismo (in breve), a prescindere dai fatti su questi due uomini. Ma per i cubani-americani, i fatti non sono una cosa trascurabile. Immaginate di essere uno di loro e di vedere tutt’intorno a voi immagini che esaltano Guevara. Immaginate - peggio - di essere figlio di qualcuno che Guevara ha giustiziato personalmente. Negli Stati Uniti ci sono queste persone. O immaginate - ancora peggio - di essere un prigioniero politico cubano e di sapere che, in paesi liberi, un sacco di persone portano il Che sul petto.

Se si chiede ai cubani-americani cosa provano, parleranno subito di Hitler e dei nazisti: nessuno venderebbe o sfoggerebbe gadget che esaltano quelle bestie; che differenza c’è, proporzioni a parte? Otto Reich è un cubano-americano che ha molto riflettuto su questa cosa. È stato funzionario con gli ultimi tre presidenti repubblicani ed è fuggito da Cuba; suo padre era fuggito dall’Austria nazista. Reich dice: «La prima reazione [nel vedere un capo d’abbigliamento con il Che] è la repulsione. Il secondo è più simile alla pietà, perché quelle persone non hanno la più pallida idea di quello che fanno».

Ronald Radosh ha raccontato di un attivista democratico di Hong Kong. Nella sua ingenuità, quest’uomo - Leung Kwok-hung, soprannominato “Capellone” - va in giro con una maglietta di Guevara. Come sottolinea Radosh, Guevara sarebbe orripilato da quest’uso della sua immagine e «favorirebbe l’immediato arresto [di Capellone] come contro-rivoluzionario, se non una pronta fucilazione da parte del plotone di esecuzione». E da una mia conoscente che insegna alla scuola americana in Giappone, ho sentito raccontare: «Immaginatevi lo shock, quando la settimana scorsa ho visto un mio alunno di quattro anni venire a lezione con una felpa, che aveva quell’immagine del Che sovrapposta alla bandiera americana. È un bambino simpatico e chiaramente non sapeva di cosa si trattasse, ma semplicemente stare nella stessa stanza con quella maglietta mi metteva a disagio. Diavolo, solo sapere che quella maglietta esiste in una taglia che va a un bambino di quattro anni mi metteva a disagio». È chiaro che la mia conoscente non ha mai visto la tutina.

Un’ultima storia: qualche settimana fa l’Hartford Courant ha pubblicato la foto di una matricola del Trinity College che protestava contro l’esecuzione di un serial killer. Aveva un cartello che diceva: «Perché uccidiamo chi uccide per dimostrare che uccidere è sbagliato?». E indossava un cappello alla Che Guevara! Quando si dice mandare messaggi contraddittori. Alcuni si consolano con il fatto che Guevara, il comunista che voleva distruggere tutto quello che era capitalista, è diventato un bene di consumo. Ma si tratta di una magra consolazione, perché la glorificazione senza fine di questo criminale è, sì, un’offesa alla verità, alla ragione e alla giustizia. Pensate a chi potrebbe prendere il suo posto sulle magliette; per esempio Oscar Elías Biscet, uno dei detenuti di lungo corso di Castro. È un democratico, un fisico - uno vero - ed è afro-cubano (se a qualcuno interessa). Ha dichiarato che i suoi eroi sono Gandhi e Martin Luther King. Non solo merita di essere celebrato, ma un po’ di pubblicità potrebbe anche servirgli. Ma niente.

Senza dubbio, parte del culto di Guevara è dovuto alla bellezza fisica (anche se credo che Biscet sia abbastanza attraente, nonostante gli anni di sadiche violenze subite). Più di un anti-comunista si è lamentato del fatto che gli zigomi del Che hanno fatto battere milioni di cuori e crollare milioni di coscienze. Tony Daniels cita un intimorito giornalista britannico che incontrò Guevara all’ambasciata sovietica dell’Havana nel 1963: “Era incredibilmente bello”. Povero Stalin, così tarchiato e butterato. Avrebbe potuto diventare una star.

Guevara, però, ha un po’ di competizione da quando alcune celebrità americane sono state viste con magliette del Subcomandante Marcos. Chi è il Subcomandante Marcos? Grosso modo il Che messicano, anche se sembra poco probabile che riesca a superare Guevara, la cui perpetua esaltazione è uno dei fenomeni più dolorosi e irritanti dell’era moderna.

(*) Jay Nordlinger è caporedattore di National Review. Giornalista, saggista e critico musicale per il New York Sun, nel 2001 ha vinto l’Eric Breindel Award for Excellence in Opinion Journalism. National Review




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10 maggio 2008
IL CROLLO DELLA SINISTRA ARCOBALENO

SINISTRA ALTERNATIVA

 


 Il risultato più eclatante delle elezione italiane del 2008 non è stata la vittoria di Berlusconi che era attesa anche se non nelle proporzioni verificatesi, ma la scomparsa dal parlamento della cosi detta  “sinistra alternativa” presentatosi con il  raggruppamento denominato “sinistra arcobaleno”. Nelle precedenti consultazioni le forze che vi si erano aggregate avevano ottenuto  più del 10% dei voti: molti si aspettavano che, raccogliendo il voto di protesta degli scontenti, dei tanti in difficoltà economiche per la crisi che stringe il paese, andasse al di là, avvicinandosi al 15%. Ha raggiunto invece meno del quorum del 4% ed è stata esclusa quindi dalle rappresentanze parlamentari. Altri raggruppamenti di sinistra estrema che si erano presentate autonomamente  hanno raccolte  percentuali del tutto insignificanti.  

Cerchiamo di evidenziare quali siano a nostro parere le motivazioni di questo crollo improvviso e  imprevisto.  

Innanzi  tutto: cosa è la sinistra  alternativa ?

In tutto l’Occidente  la grande maggioranza della popolazione  non mette più in discussione né il liberismo economico  né il sistema di rappresentanza parlamentare. Le differenze fra i partiti concorrenti  si inscrivono sempre nei loro ambiti: risultano spesso molto sottili, anche difficilmente avvertibili, più uno stato d’animo che un effettiva differenza di programma. La  sinistra alternativa si pone invece al di fuori di questo sistema. Non accetta le  tendenze di fondo e pensa a una società alternativa. Con i crollo del socialismo reale è venuto meno il riferimento a regimi e modelli effettivamente esistenti: l’alternativa confusamente sentita  a vagheggiata non è ben definita se non in negativo come “altro” da quella capitalistica  dell’Occidente impersonata soprattutto  dall’America. Grandi poi le differenze fra le varie componenti:  Rifondazione Comunista, tanti  correnti  neo-comuniste  i tanti “movimenti “ cosi detti di base e contestatori, i verdi ambientalisti, i neo global, i sessantottini in ritardo. Minoranze del genere  esistono  nei paesi dell’Occidente, anche in America, dove forse sono anche  più forti che nell’ Italia stessa. Il sistema elettorale italiano però da ad essa una rilevanza tutta particolare: la Sinistra non poteva battere la Destra se non aggregando i loro voti. Per questo fatto l’Italia, unico paese dell’Occidente, ha avuto con i due governi Prodi dei comunisti, non propriamente pentiti, a posti di governo. Sia nel primo che nel secondo governo Prodi però la differenza fra la sinistra “del” sistema e la sinistra  alternativa “al” sistema si è dimostrata impossibile e paralizzante: quindi come il primo esecutivo anche il secondo esecutivo di Prodi è caduto. A questo punto la sinistra di sistema ha dovuto rescindere il rapporto con la sinistra alternativa presentarsi da sola alle elezioni . Ne è uscita battuta, come d’altra parte era da aspettarsi, per le indubbie difficili condizioni politiche.

Ma arriviamo  al punto del nostro discorso: perche la sinistra alternativa è crollata cosi rovinosamente perdendo qualcosa come i due terzi del proprio elettorato?

Ciò che  avevano promesso i dirigenti  agli elettori era che la sinistra alternativa riuscisse in qualche modo a condizionare decisamente l’azione del governo di centro sinistra facendo valere le proprie istanze. La cosa pero è apparsa impossibile: in pratica non era possibile mediare fra le due sinistre proprio perche esse erano inconciliabili.

Per fare un solo esempio: per un gesto puramente simbolico la sinistra alternativa chiedeva  che la base NATO di Vicenza non fosse allargata: ma se Prodi avesse aderito a questa richiesta sarebbe stato immediatamente accusato di essere succubo della sinistra alternativa, per gli stessi motivi poi del ritiro degli Italiani all’Afganistan nemmeno a parlarne.

L’elettorato della sinistra alternativa allora entrava in rivolta contro i suoi dirigenti  accusandoli, e a ragione, di assecondare proprio quella politica filo americana e imperialista alla quale essi si dichiaravano alternativi .

Si arriva alle elezioni. A questo punto però si fa strada fra l’elettorato della sinistra alternativa la presa di coscienza della impossibilità  di perseguire una politica alternativa. O vince la destra o la sinistra comunque essi non possono  in nessun modo far valere le proprie ragioni: sostanzialmente dal suo punto di vista i programmi  sono praticamente uguali. Capitalisti e filo americani  L’alternativa può essere  un fatto culturale  filosofico, ideale: non è una effettiva scelta politica. Non è che solo che il  voto dato ai partiti dell’alternativa sono voti inutili  nel senso che non possono entrare nella costituzione della maggioranza: questo fatto avrebbe un valore limitato; se questi  voti crescessero rientrerebbero  in qualche modo in gioco. E’ inutile proprio perchè è impossibile che in Italia le istanze dell’alternative possano in qualche modo essere accolte.  

Il fatto è che  l’Italia è una democrazia  (parlamentare) ed  ha un sistema economico liberista  che nessuno mette seriamente in discussione, inserita in una grande Europa tutta democratica e liberista  parte di un Occidente tutto democratico e liberista e in un mondo tutto che ritiene la democrazia e il liberismo un bene (anche se non sempre praticabile nella propria nazione).  

In un mondo siffatto non c’è posto per le istanze della sinistra alternativa, almeno non per questa generazione ne per  la seguente: e forse chi sa, un giorno. Ma certamente noi per la brevità della nostra vita non vedremo quel giorno.

Noi crediamo che una tale consapevolezza si vada diffondendo: allora a prescindere delle buone o delle cattive ragioni, di chi è nel giusto e chi  non lo è, la sinistra alternativa non è più un fatto della politica che è l’arte del possibile ma diventa un fatto puramente teorico.

La sinistra alternativa è stata distrutta non dalle ragioni, dalle convinzioni, ma da quello che si dice il principio della realtà: essa è fuori della realtàE e da molto tempo. 

 

il tramonto dell’Arcobaleno e la fuga dei suoi leader


Svuotati, prosciugati, sciolti come neve al sole.
Le ultime dichiarazioni non erano di certo ottimiste
, i risultati sono stati fallimentari. La Sinistra Arcobaleno, “il cantiere aperto alla società civile” fortemente voluto da Fausto Bertinotti chiude da subito i battenti. Per una sconfitta elettorale che avrà come conseguenza immediata due caselle sbarrate: quella dei deputati e quella dei senatori. Nessun rappresentante, neppure Fausto Bertinotti, il primo Presidente della Camera della nostra storia repubblicana a non essere rieletto in Parlamento.

E la batosta diventa ancora più bruciante in Puglia, dove Rifondazione governa da quasi tre anni con Nichi Vendola. Se il progetto arcobaleno avesse avuto un seguito, il governatore barese sarebbe stato quasi certamente il nuovo leader della formazione. Adesso, si pensa invece alla sopravvivenza, anche perché nessuno pensa ad abbandonare cariche e poltrone.

E al Nord non è andata meglio. Come hanno spiegato sociologi e sondaggisti, dalle analisi dei flussi di voto, “emerge che il vecchio compagno, iscritto magari alla Cgil” ha deciso in blocco di non votare o di scegliere Lega. Il caso più emblematico a Valdagno, nei pressi di Vicenza, dove quarant’anni fa alcuni operai tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto. Lì Bossi ha preso il 30%, Rifondazione e alleati poco meno del 2%.

Ecco perché, in queste ore, è tutto un fuggi fuggi di dirigenti decisi ad abbandonare il progetto multicolore: Il Subcomandante Fausto ha smesso i gradi di condottiero per assumere quelli di militante semplice; Alfonso Pecoraro Scanio vuole rifare il partito dei Verdi, Oliviero Diliberto (che aveva già scelto di non candidarsi prima dello tsunami) ha già deciso di abbandonare l’idea unitaria e di lanciare anche un nuovo quotidiano, l’ex ministro Paolo Ferrero sembra molto intenzionato a chiedere la testa di Franco Giordano e Sinistra Democratica (l’ala ex diessina di Fabio Mussi) non può certo compiacersi per una scelta che non è sembrata così azzeccata.

Neppure il tempo di sorgere, e l’Arcobaleno è subito tramontato. Ora resta solo da vedere se nei prossimi mesi il Pd cercherà di fagocitarne anche dirigenti ed elettorato.

 

C.  Fusani, Repubblica, 19/4/08

Aria di guerra al Comitato politico nazionale di Rifondazione
Giordano, commosso, al suo "ultimo" intervento da segretario: "Ecco i nostri errori"

L'Arcobaleno muore, Rc va avanti
Sinistra tra diaspora e resa dei conti

In mattinata assemblea a Firenze per chiedere "un nuovo soggetto"
Bertinotti assente. Ferrero e Russo Spena con una loro mozione. A luglio il congresso

L'intervento di Franco Giordano, segretario dimissionario di Rc, al Comitato politico nazionale del partito
ROMA - Rifondazione comunista vive, diranno poi, i mesi a venire, come, in che forma e con quali alleati. La Sinistra Arcobaleno è morta, defunta, un mese e mezzo di vita, passerà alla storia come il simbolo che ha estromesso la sinistra dal Parlamento. Fatte queste premesse vale la pena segnalare che Bertinotti, il grande assente, strappa un applauso quando Franco Giordano, segretario dimissionario con tutta la segreteria di Rifondazione comunista, lo ringrazia per "essersi messo in gioco in prima persona".
Lo stesso Giordano ne strappa appena due, di applausi: glieli concede la platea del Comitato politico nazionale del suo partito per fargli coraggio quando la voce si rompe e non riesce ad andare avanti. Mentre dice: "Non possiamo permettere di smarrirci, dobbiamo - proprio adesso - tenerci stretto sia questo partito sia il progetto di un nuovo soggetto unico a sinistra. Rifondazione comunista può sopravvivere a una sconfitta elettorale ma non a una spirale di dissolvimento". E quando precisa: "Non ho mai detto di voler sciogliere Rifondazione comunista...sfido chiunque a trovare una mia dichiarazione in questo senso".

Ma a parte questi due momenti di solidarietà, il clima al Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista è da resa dei conti. Finale e definitiva. Da ripulisti generale, via tutti i vecchi avanti i "nuovi". O meglio, via tutti quelli che in questi anni hanno sposato come un sol uomo la linea di Bertinotti e avanti con i riformisti - forse - ma duri e puri.

Auditorium di via dei Frentani, sabato pomeriggio romano quasi estivo. E' qui che Rifondazione va sempre a contarsi nei momenti che contano. Ed è qui anche oggi per questo Cpn (Comitato politico nazionale) che comunque vada, tra oggi e domani, segna la fine di una storia. E l'inizio - lo sperano in molti - di un'altra. Franco Giordano arriva solo, Gennaro Migliore anche, l'erede e il delfino di Bertinotti simulano sorrisi ma hanno facce tesissime. Gli altri, quelli che li aspettano al varco, dal ministro uscente Paolo Ferrero al capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena sono già dentro. Sono loro che hanno chiesto il Cpn e che vogliono le dimissioni immediate della segreteria in vista del congresso di luglio. Giordano prende la parola alla 17 e 30. Potrebbe essere il suo ultimo discorso da segretario. A suo modo è un Comitato storico. Alle sue spalle è ricomparso il simbolo di Rifondazione comunista, la falce, il martello, il rosso, la scritta sinistra europea. Quello della Sinistra-Arcobaleno travolto dal voto, è scomparso. Per molti è già un passo avanti. Si ricomincia spesso da piccole cose che possono dare sicurezza. Un simbolo, per esempio.

Il funerale della Sinistra Arcobaleno. Il funeral party del simbolo che doveva riunire la sinistra massimalista è stata celebrato ufficiosamente stamani a Firenze. L'assemblea ("Sinistra unita e plurale") era stata convocata prima delle elezioni da intellettuali come Paul Ginsborg. Lo tsunami politico l'ha trasformata in una civilissima seduta di autocoscienza collettiva che ha stabilito un paio di cose. La prima: un nuovo soggetto unito e plurale a sinistra è "necessario". La seconda: gli applausi della platea indicano in Nichi Vendola, governatore della Puglia, il prossimo leader. Forse proprio perchè da lui arrivano le parole più dure: "Di fronte a fatti di questa importanza i nostri strumenti analitici e strategici sono asfittici, desueti, poveri, ce la caviamo solo con un pò di sociologia della catastrofe". Vendola, in linea con quello che dirà nel pomeriggio Giordano, avverte: "Evitiamo show down prima del congresso. Attenti alla parole perchè Rifondazione è un soggetto delicato".

Diliberto se ne va. I Verdi guardano al Pd? Della Sinistra-l'Arcobaleno resta in pratica solo Rifondazione. Diliberto e il Pdci risponde all'appello dei comunisti per una nuova unità comunista che potrebbe tenere un suo congresso a luglio. I Verdi - anche loro presto a congresso - sono con un segretario dimissionario e, soprattutto, senza una vera alternativa. Molti di loro stanno guardando al Pd. Il soggetto unico e plurale su cui continua a insistere Giordano, ma anche l'assemblea di Firenze, deve ripartire quindi da Rifondazione. Giordano è chiarissimo: "No alla costituente comunista, tragica regressione culturale e politica".
"Perchè abbiamo perso". Franco Giordano parla mezz'ora, inizia allentando il nodo la cravatta, finisce citando Andrè Gide. Inizia parlando di "assunzione collettiva di responsabilità", presentando la segreteria come "dimissionaria" e chiarendo che "tra di noi non ci sono nè vincitori nè vinti". Termina con un appello perchè Rc resti "unita" e "nessuno prefiguri adesso l'esito del congresso (10-11 luglio ndr) cedendo a forzature in nome di logiche politiche di parte".

In mezzo Giordano elenca senza pietà le tre cause della sconfitta. 1)"Non siamo riusciti a tradurre in azione di governo quello per cui abbiamo lottato e che avevamo promesso; abbiamo preteso sacrifici senza poi concedere alcun risarcimento sociale". 2) "L'utilizzo cinico e truffaldino dell'appello al voto da parte del Pd". Il terzo punto è quello "più grave" perchè "è il problema soggettivo, è la nostra difficoltà, quella per cui siamo stati percepiti come un residuo e un fuscello nella tempesta: abbiamo uno scarsissimo radicamento nel territorio". Il partito del popolo che non parla più col popolo perchè nel frattempo ha trovato le parole la Lega.

Rifondazione in mille pezzi. Giordano intiepidisce ma non scalda. Dopo di lui si iscrivono a parlare a decine. Finiranno domattina. Ma si capisce subito che quando domani saranno votate le mozioni quella di Giordano (comitato di gestione fino al congresso senza nessuno dell'attuale segreteria) non basta al parlamentino di Rifondazione. Paolo Ferrero, che in questi giorni ha messo alle strette Giordano, presenterà un documento politico insieme con la minoranza di Essere comunisti, guidata da Claudio Grassi per chiedere "un comitato di garanzia che guiderà il partito in vista del congresso". Non c'è molta differenza con la mozione Giordano. Ma è la fine dell'unità. Il segno della deflagrazione. "La cosa importante - spiega Ferrero - è che gli iscritti possano decidere su posizioni politiche chiare, senza ambiguità. Per noi l'importante è ripartire da Rifondazione e avanzare una proposta a tutta la sinistra". Una specie di federazione dove partiti e associazioni sono insieme "ma ognuno con la propria autonomia".

Correnti e scenari. L'annuncio di Ferrero mette a nudo giorni e mesi di divisioni all'interno di Rifondazione. Una volta la maggioranza del partito, circa il 70 per cento, era saldamente in mano a Bertinotti-Giordano-Migliore. Poi c'erano correnti minori come quella di Grassi (Essere comunisti) e l'altra di Pegolo, Giannini e Masella (l'Ernesto). Senza contare che in questi due anni Rifondazione ha perso per strada Sinistra critica e i trotzkisti. Nei venti mesi di governo le cose si sono complicate perchè Ferrero e Russo Spena si sono messi sempre più in contrapposizione con Bertinotti. Oggi infatti Ferrero se ne va con l'Essere comunisti, Russo Spena anche, Ramon Mantovani, molto arrabbiato, pure. In più prende forma una corrente di outsider, per lo più donne, capeggiate da Elettra Deiana, un po' la coscienza critica del partito che prima ancora che la Sinistra-L'Arcobaleno prendesse forma avvertiva: "Così non funziona, è una fusione a freddo che i nostri elettori non capiranno...".

Sono tutte le anime di una possibile diaspora che sarà ratificata domani alla fine del Cpn di Rifondazione. La domanda ora è: quale spazio per Rifondazione e il nuovo soggetto a sinistra tra il Pd e i comunisti?



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7 maggio 2008
Relativismo culturale

Nel recente viaggio in America, e non solo in esso, uno dei temi ricorrenti toccati da papa Benedetto XVI è stato il relativismo culturale. Generalmente con questo termine si intende una teoria seconda la quale il bene, il giusto, il vero non esistono in sé ma sono sempre relativi a un certo contesto storico ambientale cioè a una “cultura” intesa in senso sociologico, diremmo, semplicisticamente, a un certo modo di pensare. Pertanto si esclude che vi possa essere una verità ultima e definitiva ma solo concezioni che variano indefinitamente nel tempo e nello spazio, secondo le circostanze e che comunque coesistono anche nello stesso ambiente: da questa mancanza di certezza ( di verità) discenderebbe la libertà e la democrazia: se nessuno possiede la verità tutte le verità sono ammesse e quindi tutti possono liberamente sostenere la propria personale verità A questo punto si accusa il papa, e la Chiesa in generale, di proclamare una verità assoluta e quindi di essere fuori dalla democrazia, di negare la libertà religiose e politiche. In effetti l'idea di possedere una verità ultima e definitiva non è un’esclusiva del Papa o della Chiesa cattolica ma è comune a tutti i credenti di ogni religione rivelata. Se Dio si è manifestato agli uomini, in qualunque modo lo abbia fatto, è evidente che il suo messaggio non può che essere la verità ultima e definitiva : è un’idea perfettamente logica e sensata, sarebbe contraddittorio e privo di senso pensare il contrario. Il Papa afferma di parlare non in nome proprio ma in quello di Dio come ogni altra autorità religiosa: non potrebbe certo dire di non essere certo della verità di Dio , La contraddizione nasce quando invece si proclama che non si conosce la verità, anzi che essa non esiste nemmeno e subito dopo si proclama che quelli che ritengono di aver raggiunto la verità sono in errore anzi più comunemente che tutti quelli che pensano diversamente da noi sono o sciocchi o simulatori, cosa comunissima in tanti gruppi di “liberi pensatori” In realtà anche al di fuori dell’ambito di una Rivelazione Divina è difficilmente sostenibile che quello che, secondo la nostra opinione, sia bene , giusto e vero non sia poi veramente tale. Logicamente quello che a me piace ed è opportuno per me non necessariamente lo è per gli altri: un alimento che a me piace e che mi fa bene può non piacere o nuocere ad un altro. Ma i concetti di giusto, bene e vero hanno una valenza, una loro inarrestabile proiezione all’universalità: ciò che è bene giusto e vero non può esserlo solo per alcuni : o lo è per tutti e o non lo è. La democrazia, la libertà non implicano che il singolo rinunci ad avere una sua convinzione chiara e sicura anzi lo presuppongono. Il dialogo si fa fra persone che hanno delle convinzioni ben salde e sicure: se esse non ci sono non ci sarebbe nemmeno dialogo e confronto ma solo un’esposizione di vedute personali fra loro incomunicabili e irriducibili. La democrazia in realtà non consiste nel fatto che i cittadini non abbiano convinzioni ma, che essi rinuncino a farle valere con la forza, che le leggi siano approvate dalla maggioranza senza per questo pretendere che esse siano comunque il bene, il giusto e quindi si possa metterle in discussione ed eventualmente modificarle. La libertà religiosa è la prima e la matrice di ogni altra libertà: se infatti le leggi civili vengono fatte coincidere con quelle della religione di stato o con l’ateismo di stato, esse divengono la manifestazione di un bene assolutizzato e quindi democrazia e libertà perderebbero significato. E’ davvero assurdo vedere molti che in nome della libertà vorrebbero limitare la libertà di espressione dei cattolici perché essi sarebbero convinti di essere nella verità: quasi che la libertà e la verità si escludessero e non si presupponessero scambievolmente.




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6 maggio 2008
Manifesto Programmatico Australiano


“Non sono contrario all´immigrazione e non ho niente contro coloro che cercano una vita migliore venendo in Australia. Tuttavia ci sono questioni che coloro che recentemente sono arrivati nel nostro paese e, a quanto sembra, anche qualcuno dei nostri concittadini nati qui, devono capire.
L'idea che l´Australia deve essere una comunità multiculturale è servita soltanto a dissolvere la nostra sovranità ed il sentimento di identità nazionale. Come australiani, abbiamo la nostra cultura, la nostra società, la nostra lingua ed il nostro modo di vivere.
Questa cultura è nata e cresciuta durante più di due secoli di lotte, processi e vittorie da parte dei milioni di uomini e donne che hanno cercato la libertà di questo paese.
Noi parliamo l´inglese, non il libanese, l´arabo, il cinese, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua.
Perciò, se desiderate far parte della nostra società, imparate la lingua! La maggioranza degli australiani crede in Dio. Non si tratta soltanto di un affare privato di qualche cristiano fondamentalista di destra, ma vi è un dato di fatto certo ed incontrovertibile: uomini e donne cristiani hanno fondato questa nazione su principi cristiani, ed è chiaramente documentato nella nostra storia e dovrebbe essere scritto sui muri delle nostre scuole.
Se il nostro Dio vi offende, allora vi consiglio di prendere in considerazione la decisione di scegliere un'altra parte del mondo per mettere su casa, perché Dio è parte della nostra cultura.
Accetteremo le vostre opinioni religiose, e non vi faremo domande, però daremo per scontato che anche voi accettiate le nostre e cercherete di vivere in pace ed armonia con noi.
Se la Croce vi offende, o vi molesta, o non vi piace, allora dovrete pensare seriamente di andarvene da qualche altra parte. Siamo orgogliosi della nostra cultura e non pensiamo minimamente di cambiarla, ed i problemi del vostro paese di origine non devono essere trasferiti sul nostro.
Cercate di capire che potete praticare la vostra cultura, ma non dovete assolutamente obbligare gli altri a farlo.
Questo è il nostro paese, la nostra terra, il nostro modo di vivere vi offriamo la possibilità di viverci al meglio. Ma se voi cominciate a lamentarvi, a piagnucolare, e non accettate la nostra bandiera, il nostro giuramento, i nostri impegni, le nostre credenze cristiane, o il nostro modo di vivere, vi dico con la massima franchezza che potete far uso di questa nostra grande libertà di cui godiamo in Australia: il diritto di andarvene. Se non siete felici qui, allora andatevene.
Nessuno vi ha obbligato a venire nel nostro paese.
Voi avete chiesto di vivere qui: ed allora accettate il paese che avete scelto.
Se non lo fate, andatevene!
Vi abbiamo accolto aprendo le porte del nostro paese; se non volete essere cittadini come tutti in questo paese, allora tornate al paese da cui siete partiti!

Questo è il dovere di ogni nazione. Questo è il dovere di ogni immigrante.”





permalink | inviato da dragoberto il 6/5/2008 alle 7:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
3 maggio 2008
SFIDA DEL TERRORISMO

Il progetto degli estremisti che fecero cadere le torri gemelle è chiaro e viene continuamente ripetuto: incitare gli islamici a seguire il loro  esempio. Se effettivamente si trovassero un numero anche molto limitato di persone che seguissero l'esempio dell'11 settembre sarebbe una catastrofe per tutto il mondo occidentale. Potrebbero colpire centri commerciali, treni, strade, non ci sarebbe nessuna  difesa possibile. L'occidente cadrebbe nel terrore, nel disordine, nella crisi economica.

Per fortuna nulla di questo è accaduto: un solo attentato  in Spagna e uno (più artigianale) in Inghilterra. Naturalmente non dobbiamo abbassare la guardia ma, il terrorismo ha perduto, noi abbiamo vinto la sfida dell'11 settembre.

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da dragoberto il 3/5/2008 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
1 maggio 2008
UNICITA’ ED ETICHETTE

Noi ammettiamo che siamo irripetibili ed unici come tutte le cose d'altronde: è profondamente giusto:ognuno è se stesso e sfugge a ogni categoria e classificazione, è un’irriducibile, irripetibile singolarità

 Tuttavia sappiamo che non possiamo conoscere questa essenza irripetibile ed unica se non in quanto essa ha caratteri comuni e generali. Noi conosciamo una persona per le sue manifestazioni, non in se stessa.

 Ad esempio, il dolore: ogni uomo sente il dolore a modo suo. Ha una sua soglia e sue caratteristiche: tuttavia io posso comprendere chi ha dolore solo e nella misura in cui tale dolore può essere rapportata al concetto di dolore ( cioè al dolore in generale).

 Questo principio distingue la scienza moderna (galileiana) da quella antica: la seconda infatti pretendeva di conoscere l’essenza delle cose da cui poi voleva ricavare le proprietà: la prima invece ammette di non conoscere l'essenza (hipotesis non fingo: non pongo ipotesi su cosa sia) ma conosco solo le sue manifestazioni: io non so cosa sia la materia, l'energia, l'intelligenza ma posso conoscere le leggi che le regolano.

 Dal che deriva che se io non classifico le persone in realtà non conosco niente di loro: dobbiamo pur tenere presente che possiamo comprendere le persone (e ogni cosa) solo inserendola in categorie e schematizzazioni: so che una certa persona è una donna, un'italiana, una madre, una docente ecc. non conosco "la persona" senza questi attributi categoriali. L'io è qualcosa che non si esaurisce nelle sue caratteristiche ma in realtà senza le caratteristiche non è conoscibile , resta un interrogativo, un mistero insondabile. Un’astrazione insomma.

 Diceva Aristotele che del singolo non vi conoscenza se non in quanto partecipa dell'universale.

Noi per conoscere semplifichiamo e creiamo di modelli che valgono in generale ma per nessuno in particolare Così, volendo spiegare le differenze, della realtà finiamo con negarle.

Possiamo dire che mettiamo delle etichette sulle persone

 Ma le etichette non sono solo necessarie nel supermercato: senza di esse il supermercato non potrebbe funzionare. Ma tutto il nostro mondo è fatto di etichette, senza di esse noi non riconosceremmo le cose e in concreto le cose per noi non esisterebbero.

Il bambino già da piccolo vuole il nome (etichetta) delle cose (namimg=nominare) perché solo cosi gli oggetti escono fuori dall'indistinto caleidoscopio dei sensi e assumono un significato e vengono riconosciute

 E poi se a un concepito mettiamo l'etichetta "bambino" non possiamo più distruggerlo, se a un nato mettiamo l'etichetta " figlio mio", gli dedichiamo la vita, se a un uomo mettiamo l’etichetta " nemico" , lo uccidiamo.

Se in tasca ho un "etichetta carta di credito" posso prendere tutto quello che rientra nell’ambito della cifra che vi è scritto: un economista, De Seta, sostiene che lo sviluppo economico dell'Occidente è dovuto soprattutto al fatto che si è creato un mondo di etichette (modalità di riconoscimento, di certificazione) che permette un’enorme  quantità di scambi.

 Quando diciamo che l'etichetta non basta per conoscere una persona vogliamo dire che non basta una o poche etichette e che più etichette ci mettiamo più la conosciamo.

In altri termini la conoscenza di una persona (e di qualsiasi cosa) non è mai completa e può essere sempre approfondita: il che significa pure che nulla poi noi conosciamo in assoluto ma ogni cosa solo in parte.




permalink | inviato da dragoberto il 1/5/2008 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 aprile 2008
COMUNISMO: UNA BUONA IDEA?

 

COMUNISMO: UNA BUONA IDEA?

 

 

Spesso si dibatte il problema se il comunismo era una buona idea che ha avuto una cattiva realizzazione oppure che era una cattiva idea e per questo ha avuto una cattiva realizzazione. 

 Ore se per comunismo noi consideriamo il pensiero di Marx a me pare che il problema è mal posto: non si può dire se fosse o meno una buona idea per il semplice fatto che non può essere considerata una “idea” nel senso di una proposta, un modello da realizzare, ma consiste essenzialmente, invece, in un’analisi scientifica dell’economia capitalistica. Ai tempi di Marx un numero pressoche infinito di autori proponevano questo o quel modello di società a carattere socialista per ovviare ai mali del capitalismo. Marx invece sostenne che si trattava di un socialismo utopistico; mentre qualificò, e a ragione, il suo pensiero come socialismo scientifico. Infatti egli non propone propriamente un modello di stato e anzi irride a quelli che invece ne presentavano uno, rifinito fantasticamente in tutti i particolari (compreso l’età del matrimonio e i programmi scolastici). Egli fa invece un’analisi scientifica dell’economia capitalistica: infatti la sua opera principale si intitola appunto “ Il capitale” che è stata scherzosamente definita l’opera “più citata e meno letta della cultura” perché in realtà è di difficile lettura per chi non ha una conoscenza approfondita delle teorie economiche dell’800: in essa si tratta del comunismo come di un qualcosa che verrà dopo il capitalismo ma di cui si possono prefigurare gli aspetti solo in modo molto generale, essenzialmente in negativo nel senso che non avrà i caratteri del capitalismo.

 Il punto centrale del suo pensiero è che la società capitalista è destinata a crollare per le sue contraddizioni interne. Si parla soprattutto di “caduta tendenziale del saggio di profitto” teoria economica difficilmente comprensibile se non si ha una particolare conoscenza delle teorie economiche del tempo.

 Semplificando al massimo possiamo dire che egli ritiene che il capitalismo crollerà perché avremo una società sempre più polarizzata fra i capitalisti: sempre più ricchi e i proletari sempre più numerosi e sempre più poveri con la sparizione dei ceti medi.

 Si tratta di una teoria scientifica, non di una proposta, di un modello da realizzare. Non ha senso chiedersi quindi se è stata realizzata bene o male: trattandosi appunto di una teoria scientifica è possibile constatare se l’esperienza la ha confermata o smentita, cosi come avviene per ogni legge scientifica.

 Appare evidente, dopo più di un secolo, che la previsione è stata assolutamente smentita dai fatti. Infatti il ceto medio non è affatto sparito, come prevedeva Marx, ma anzi si è tanto allargato da comprendere ormai la grande maggioranza della popolazione in tutti i paesi in cui il capitalismo si è sviluppato: restano infatti da parte un’esigua porzione di ricchissimi e un numero più o meno consistente di emarginati, di poveri per i più vari motivi: ma i lavoratori invece di diventare sempre  più poveri hanno raggiunto livelli di benessere assolutamente impensabili ai tempi di Marx

Mi pare pertanto che oggettivamente, in base  all’evidenza scientifica le teorie di Marx fossero errate. Questo non vuol dire che fosse uno stupido, che il suo pensiero non abbia contenuti interessanti e importanti naturalmente, ma solo che la prova dei fatti ha non ha confermato le sue previsioni scientifiche .

 Certo è sempre possibile pensare che in un futuro più o meno lontano si verifichino i fatti previsti e che quindi la previsione fosse esatta ma solo in tempi più lunghi: tuttavia fino a che i fatti smentiranno le sue previsioni dobbiamo dire che la teoria era scientificamente errata.

 Ma chiedesi se la sua idea nel senso di proposta sia stata attuata bene o male non ha senso: egli fa una proposta, non da un’indicazione di una scelta: semplicemente enuncia una teoria scientifica secondo la quale il capitalismo sarebbe crollato e al suo posto si sarebbe instaurato il comunismo; ma non per scelta ma per la necessità oggettiva dei fatti: al massimo l’azione del “partito comunista” avrebbe potuto accelerare il processo.

 Chiedersi se lo stato instaurato da Lenin, Mao , Pol-pot o Tito corrisponda o meno al modello marxista è una domanda che non ha senso: in realtà Marx non ha mai proposto un modello di stato: ha invece previsto il”deperimento dello stato “ cioè, che a un certo punto dell’evolversi necessario e ineluttabile della storia lo “stato” avrebbe gradualmente perso le sue funzioni e quindi sarebbe scomparso: lo stato infatti è considerato un mezzo necessario per assicurare il dominio alle classi dominanti, ma in una società di liberi ed uguali dove non vi sia più sfruttamento dell’uomo sull’uomo esso non ha più scopo di esistere. 

  Naturalmente se non ci fermiamo al pensiero propriamente di Marx, ma andiamo a quello più vasto del comunismo allora la prospettiva potrebbe essere diversa.





permalink | inviato da dragoberto il 27/4/2008 alle 6:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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